La complessità del senso
19 12 2018

Lévi-Strauss racconta

 

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Claude Lévi-Strauss
Bruxelles, 28 novembre 1908 – Parigi, 1 novembre 2009

 

 

Fra gli Zuni del Nuovo Messico

* Claude Lévi-Strauss commenta uno studio dell’etnologo M. C. Setevenson: The Zuni Indians, 23rd Annual Report of the Bureau of American Ethnology, Smithsonian Institution, Washington 1905

Un bambina di dodici anni era stata colta da una crisi nervosa subito dopo che un adolescente le aveva afferrato le mani; quest’ultimo fu accusato di stregoneria e trascinato davanti al tribunale dei preti dell’Arco. Per un’ora, egli negò invano di avere cognizioni occulte di qualunque genere. Vista l’inefficacia di questo sistema di difesa e dato che fra gli Zuni il delitto di stregoneria era, a quell’epoca, ancora punito con la morte, l’accusato cambiò tattica e improvvisò un lungo racconto in cui spiegava in quali circostanze era stato iniziato alla stregoneria e aveva ricevuto dai suoi maestri due prodotti, dei quali l’uno rendeva folli le ragazze e l’altro le guariva. Questo particolare costituiva una ingegnosa precauzione contro gli sviluppi ulteriori. Ingiunto che gli fu di mostrare le droghe, si recò a casa sua sotto buona guardia e ritornò con due radici che utilizzò senz’altro in un rituale complicato, nel corso del quale simulò un sonno ipnotico consecutivo all’ingestione di una delle droghe, poi un ritorno allo stato normale grazie all’altra. La seduta fu tolta fino all’indomani, ma, durante la notte, il preteso stregone scappò. Lo ripresero subito e la famiglia della vittima s’improvvisò in tribunale per continuare il processo.

Di fronte alla resistenza dei suoi nuovi giudici ad accettare la versione precedente, il ragazzo ne inventa allora un’altra: i suoi genitori e i suoi antenati erano tutti stregoni e da loro egli riceve mirabili poteri, come quello di trasformarsi in gatto, di riempirsi la bocca di spine di cactus e di uccidere le sue vittime – due lattanti, tre bambine, due ragazzi – proiettando le spine su queste; tutto ciò grazie a piume magiche che permettono, a lui e ai suoi, di abbandonare la forma umana. Quest’ultimo particolare costituiva un errore tattico, poiché ora i giudici esigevano che, come prova della veracità del nuovo racconto, mostrasse le piume. Dopo varie scuse, respinte una dopo l’altra, fu necessario recarsi alla casa di famiglia dell’accusato. Costui cominciò a pretendere che le piume fossero nascoste dietro il rivestimento di una parete, che non poteva distruggere. L’obbligarono a farlo. Dopo aver abbattuto un’ala di muro di cui egli esaminava accuratamente ogni frammento, tentò di scusarsi con un vuoto di memoria: da due anni ormai le piume erano state nascoste e non sapeva più dove. Costretto a nuove ricerche, finì per prendersela con un’altra parete, in cui, dopo un’ora di lavoro, apparve una vecchia piuma nella malta di argilla e paglia. Se ne impadronì rapidamente e la presentò ai suoi persecutori come lo strumento magico di cui aveva parlato. Gli fecero spiegare nei particolari il meccanismo del suo impiego. E infine, trascinato sulla piazza pubblica, dovette ripetere tutta la sua storia che egli arricchì di moltissimi particolari nuovi, e terminò con una patetica perorazione in cui si lamentava della perdita del suo potere soprannaturale. Così rassicurati, i suoi ascoltatori consentirono a liberarlo.

Va notato anzitutto che, perseguitato per stregoneria e rischiando di conseguenza la pena di morte, l’accusato non ottiene l’assoluzione discolpandosi, ma rivendicando il suo preteso delitto; anzi: migliora la sua causa presentando versioni successive, ognuna delle quali è rispetto alla precedente più ricca, più particolareggiata (e quindi, in teoria, più colpevole). Il dibattimento non procede, come nei nostri processi, per accuse e discolpe, ma per allegazioni e specificazioni. I giudici non aspettano dall’accusato che contesti una tesi e ancor meno che rifiuti i fatti; gli chiedono di corroborare un sistema di cui essi detengono solo un frammento e di cui vogliono che egli ricostruisca il resto in maniera appropriata. […] E quando la piuma magica viene finalmente esumata, l’autore osserva con molta profondità: «La costernazione si diffuse fra i guerrieri, che esclamarono all’unisono: “Che significa questo?” Ormai erano certi che il ragazzo aveva detto la verità». Costernazione e non trionfo di veder apparire la prova tangibile del delitto: poiché più che di reprimere un delitto, i giudici cercano (convalidando il suo fondamento oggettivo con un’espressione emotiva appropriata) di attestare la realtà del sistema che l’ha reso possibile.

La confessione, rafforzata dalla partecipazione, e persino dalla complicità dei giudici, trasforma l’accusato da colpevole in collaboratore dell’accusa. Grazie a lui, la stregoneria e le idee che le si riferiscono sfuggono al loro modo penoso di esistenza nella coscienza, come insieme diffuso di sentimenti e di rappresentazioni malformulati per incarnarsi in essere d’esperienza., L’accusato, preservato come testimone, dà al gruppo una soddisfazione di verità infinitamente più densa e più ricca della soddisfazione di giustizia che avrebbe procurato la sua esecuzione. E infine con la sua ingegnosa difesa, rendendo il suo uditorio progressivamente consapevole del carattere vitale offerto dalla verifica del suo sistema (c’è da aggiungere infatti che la scelta non è tra questo sistema e un altro, ma tra il sistema magico e la mancanza totale di sistema, ossia il disordine), l’adolescente è riuscito a trasformarsi da minaccia per la sicurezza fisica del suo gruppo in garante della sua coerenza mentale.

Ma la difesa è davvero solo ingegnosa? Tutto induce a credere che, dopo aver brancolato per trovare una scappatoia, l’accusato partecipi con sincerità e – il termine non è esagerato – fervore al dramma che si organizza tra i suoi giudici e lui. Lo proclamano stregone; dato che ce ne sono, potrebbe benissimo esserlo. E come avrebbe potuto conoscere in anticipo i segni rivelatori della sua vocazione? Forse sono proprio quelli, presenti in quella prova e nelle convulsioni della bambina trasportata in tribunale. Anche per lui la coerenza del sistema e la parte che gli viene assegnata per stabilirla non hanno un valore meno essenziale della sicurezza personale che egli rischia nell’avventura. Lo vediamo dunque costruire progressivamente il personaggio che gli impongono con un misto di furberia e di buona fede: attingendo largamente nelle sue cognizioni e nei suoi ricordi, improvvisando anche, ma soprattutto vivendo il suo personaggio e cercando, nelle manipolazioni che abbozza e nel rituale che costruisce pezzo per pezzo, l’esperienza di una missione la cui eventualità è quanto meno offerta a tutti. Al termine dell’avventura, che cosa rimane delle astuzie iniziali, sino a che punto l’eroe non è diventato vittima del suo persnaggio o, meglio ancora, in quale misura non è effettivamente diventato uno stregone? «Più il ragazzo parlava – ci è detto delle sua confessione finale – e più profondamente si assorbiva nel suo argomento. A tratti, il suo volto si illuminava della soddisfazione derivante dal dominio conquistato sull’uditorio». Se poi la bambina guarisce dopo la somministrazione del rimedio e se le esperienze vissute nel corso di una prova così eccezionale si elaborano e si organizzano, non occorrerà altro perché i poteri soprannaturali già riconosciuti dal gruppo siano definitivamente confessati dal loro innocente detentore.

Claude Lévi-Strauss, Antropologia strutturale, Milano, Il Saggiatore, 1966, pgg. 194-197.

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3 novembre 2009