La complessità del senso
23 11 2017

Micheal Jackson’s This Is It

film_michaeljacksonsthisisitMicheal Jackson’s This Is It
Kenny Ortega, 2009
Documentario: Michael Jackson, Judith Hill, Dorian Holley, Darryl Phinnessee, Ken Stacey (vocalist), Devin Jamieson, Orianthi (lead guitar),  Tommy Organ (guitar), Alex Al (electric and Synth Bass), Mo Pleasure (keybords, trumpet), Michael Bearden (keyboards), Jonathan Moffett (drums), Bashiri Johnson (percussion), Nick Bass, Daniel Celebre, Mekia Cox, Misha Gabriel, Chris Grant, Shannon Holtzapffel, Charles Klapow, Devin Jamieson, Dres Reid,  Tyne Stecklein, Timor Steffens (dancer).

La musica c’è. Ed è importante, perché prima del mito viene il musicista, l’artista. Michael Jackson, si dice a più riprese tra uno spezzone e l’altro del documentario, «conosce la sua musica». Nel Pop non è da tutti. Per chi non conoscesse l’arte di MJ o l’avesse finora consumata superficialmente nelle forme rituali dei concerti (vale anche per le riproduzioni su supporto) Ortega (Hocus Pocus, 1993,  High School Musical, 2006, High School Musical 2, 2007, High School Musical 3 Senior Year, 2008) la documenta nella sua fase ultima. Ed è questo: le riprese dei due mesi di prove (aprile-giugno 2009) di quello che sarebbe dovuto essere, all’Arena 02 di Londra, il concerto d’addio del Re del Pop. Il materiale girato, oltre cento ore, è montato come in un unico colossale show, con le più spettacolari invenzioni di Jackson. L’interessante è che non vediamo il prodotto finito ma la sua “nascita”, ne possiamo cogliere la logica interna, le difficoltà tecniche, le intenzioni espressive. Il leader, cinquantenne ma eterno miracolo infantile, guida la graduale realizzazione, passo passo indicando i punti critici e i momenti di maggiore valenza, sempre guidato dal proprio straordinario istinto musicale, fissato nell’atto scenico con una precisione strabiliante. Vanno a formare un’unica scena diversi elementi narrativo/coreografici, che fondono nella visione composita tracce di successi travolgenti (Thriller, 1982) e assonanze ardite con generi cinematografici indicati in immagini folgoranti (la Rita  Hayworth/Gilda del 1946). MJ entra nello spettacolo come figura viva facendone un tutto “miracoloso”. E specialmente restandone il protagonista assoluto. Corpo-non-corpo misteriosamente eterodiretto (da chi? da un dio dei massmedia?) o immedesimato per fatalità, Jackson lascia il messaggio finale più povero e più ricco: «Poter credere in qualcosa». L’insistenza con cui professa il suo amore, verso la Natura («Abbiamo ancora 4 anni prima del punto di non ritorno») e verso i fans e i collaboratori («Vi amo, Dio vi benedica», ripete durante le prove) può anche sembrare frutto di una tragica solitudine, una solitudine paradossale: di molti, di moltissimi.  Ma la musica c’è. Ed è questo.

Franco Pecori

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28 ottobre 2009