La complessità del senso
24 09 2017

Il nastro bianco

film_ilnastrobiancoDas weisse Band – Eine deutsche Kindergeschichte
Regia Michael Haneke, 2009
Sceneggiatura
Fotografia Christian Berger

Attori Christian Friedel, Leonie Benesch, Ulrich Tukur, Ursina Lardi, Fion Mutert, Michael Kranz, Burghart Klaussner, Steffi Kühnert, Leonard Proxauf, Levin Henning, Johanna Busse, Yuma Amecke, Thibault Sérié, Josef Bierbichler, Gabriela Maria Schmeide, Enno Trebs, Theo Trebs, Janina Fautz, Rainer Bock, Susanne Lothar, Roxane Duran, Brando Samarovski, Detlev Buck, Anne-Kathrin Gummich
Premi Cannes 2009: Palma d’Oro. Efa 2009: film, regia, sceneggiatura (Haneke).

Una differenza tra cronaca e storia è nella capacità di guardare al “prima”. Haneke guarda al 1913-14 e ci fornisce alcuni elementi per capire il futuro a cui andava incontro la Germania prenazista. Oggi molte scuole conducono lodevolmente e doverosamente gli studenti a visitare Auschwitz Birkenau. Speriamo che gli insegnanti sappiano anche far loro osservare i piccoli dettagli della vita quotidiana da cui spesso possono emergere indicazioni sui pericoli nascosti nei “buoni ideali”. Nessuno dice, certo, di voler fare ancora Auschwitz, non lo dice nemmeno mentre lo fa. Ma di giorno in giorno magari senza “saperlo” si comporta come se un altro nazismo potesse esservi. In questo senso Il nastro bianco di Haneke (Funny games, 1997-2008, La pianista, 2001, Il tempo dei lupi, 2003, Niente da nascondere, 2005) va ben oltre il cliché, troppo alla moda e troppo spesso intriso di falso realismo e falsamente risarcitorio, del film “tratto da una storia vera”. Premiato con la Palma d’Oro a Cannes, oltre che bellissimo, Il nastro bianco è preziosissimo. Fuori campo, nella forma del diario di chi oggi ricorda, la voce ormai anziana dell’allora giovane maestro del villaggio, racconta la strana vicenda di perversioni sotterranee in uno sperduto paesino di contadini del nord. Brava gente di cui man mano scopriamo raccapriccianti tendenze, tutte riconducibili, in sostanza, ad una radice culturale, l’idealismo. Non quello di Immanuel Kant, ma quello che, partendo da un’istanza anche inconscia di “assoluto”, la devia per utlilizzarla a giustificazione di spregevoli convenienze. Il pericolo maggiore è al livello dell’infanzia. I bambini tendono ad assolutizzare gli insegnamenti ricevuti dagli adulti e ad applicarli in concreto, senza preoccuparsi di verificarne le conseguenze pratiche. In agguato c’è sempre la voglia di avere il contatto diretto con la fonte ideale, con Dio stesso, e in suo nome comportarsi con rigida determinazione e con intenti punitivi verso chi si ritenga non “benedetto”. Una scena chiarisce bene questo rischio. Il maestro (Friedel) sta pescando trote al fiume e si accorge che Martin (Proxauf), uno dei suoi piccoli allievi, cammina pericolosamente lungo il ponticello un po’ più in alto rischiando di cadere e morire. Il ragazzino dirà che voleva verificare la volontà di Dio di lasciarlo in vita. Dal superamento della prova avrebbe dedotto il giudizio positivo sul proprio comportamento.  Tra pochi anni quel bambino sarà in età militare. Una strana situazione, con un susseguirsi di “incidenti” di cui non si trova il colpevole, si sta dispiegando nel villaggio. Haneke la racconta in un bianco & nero opprimente, scuro e quasi minaccioso. Di momento in momento la suspense assume i tratti del giallo e/o dell’horror senza minimamente vestire i connotati manieristici dei due generi, mantenendo invece altissima la tensione intellettuale derivata dalle sequenze, misteriose e insieme rivelatrici di una tendenza che appare, dato il contesto, ineluttabile. Il Pastore protestante (Klaussner) e sua moglie Anna (Kühnert), l’Intendente (Bierbichler) e sua moglie Emma (Schmeide), il medico (Bock), il contadino (Samarovski) e la sua famiglia, il Barone (Tukur) e la Baronessa (Lardi), il Precettore (Kranz), la comunità nel suo complesso si rivela responsabile degli errori dei figli, i quali formano l’orribile scolaresca premonitrice del tremendo destino di un popolo e dell’umanità. Il film non esplode però in “dramma”, lasciando sempre in primo piano l’interrogativo filosofico della responsabilità culturale. Il segno è nel nastro bianco che ai bambini ritenuti “cattivi” viene fatto indossare per il tempo necessario alla loro “purificazione”. Nelle mani di chi è, oggi, quel nastro? A chi l’attribuzione del merito nel villaggio elettronico che tutti ci fa sembrare “fratelli” in diretta?

Franco Pecori

 

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in psicologia

 

I bambini non sono ancora soggetti maturi, in essi le componenti della personalità, l’Io, l’Es e il Superio, non sono integrate e altrettanto disarmoniche sono le difese contro i conflitti interni e le angosce derivanti da questi ultimi. Il Superio si instaura precocemente, è un Superio crudele, il cui contenuto principale è costituito dalle proibizioni e dalle imposizioni impartite dai genitori. I bambini le introiettano e in parte nascondono nell’Es come braci sotto la cenere, pronte a divampare. L’Io è l’istanza razionale, cosciente e consapevole della personalità che nel bambino è ancora fragile, anch’essa in formazione, non è in grado tra l’altro di elaborare le norme imposte, di scegliere, di tenere a bada il Superio da cui a causa della sua fragilità è dominato. La mancanza di armonia nello sviluppo della personalità e la conseguente incapacità di elaborare e difendersi può generare mostri, se l’ottusità dell’ambiente è tale da spegnere l’amore che solo potrebbe sopperire all’ignoranza. Il nastro bianco ci mostra una piccola comunità agricola della Germania del Nord, di religione luterana, ligia alle regole imposte dal signor barone e dal pastore, isolata dal mondo esterno da un bianco & nero sfumato, impalpabile come la nebbia che nasconde e separa. Il medico che si occupa della salute della comunità, affiancato dalla levatrice di cui è l’amante, un giorno è vittima di uno strano incidente. Accorrono in molti e specialmente i bambini sembrano interessati all’accaduto. Sono numerosi e tra questi i figli del pastore. Il religioso è solito infliggere alla sua prole punizioni corporali per trasgressioni insignificanti e li costringe a portare un nastro bianco perché ricordino in ogni momento la purezza a cui sono obbligati. All’incidente del dottore seguiranno altri delitti misteriosi, a danno del “figlio del peccato” della levatrice e del figlioletto del signor barone, colpevole tra l’altro della morte sul lavoro di un’operaia. Viene trovato un biglietto in cui si promettono punizioni fino alla terza generazione dei peccatori. Il sospetto che ai bambini è da attribuire la colpa che va appalesandosi è respinto dagli adulti i quali, forse oscuramente, sentono di essere i veri responsabili: l’ideale rigido, disumano che hanno trasmesso ai bambini impone a questi di punire coloro che trasgrediscono le regole. Non esiste confessione, non esiste perdono nella religione luterana e i bambini lo hanno imparato sulla loro pelle, hanno introiettato le leggi che ora sono il loro Superio intransigente e sadico. Non è un caso che a questo punto esplode la prima guerra mondiale e nel lasso di tempo che la separa dalla seconda ci stanno comode tre generazioni. Accade a volte che dal comportamento di una piccola comunità isolata traspaia l’umanità intera.

Vera Di Maio

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30 ottobre 2009