La complessità del senso
23 11 2017

Scrivimi una canzone

film_scrivimi_una_canzone1.jpgMusic & Lirics
Marc Lawrence, 2006
Hugh Grant, Drew Barrymore, Brad Garrett, Kristen Johnston, Campbell Scott, Haley Bennett.

Ecco cos’ è restato degli anni Ottanta. Il film di Lawrence sembra una chiarissima e concreta risposta alla famosa domanda, posta in musica da Raf a Sanremo nel 1989. Una risposta “leggera”, “facile”, “spiritosa” – tutto tra virgolette, nel senso del “per così dire”, in quanto la commedia che vede protagonista Hugh Grant ha l’aria di essere leggibile, da capo a piedi, come una specie di citazione, oltre che come una normalissima e magari un po’ superficiale storiellina sentimentale in ambiente musicale. Il velo dell’easy listening rischia di soffocare la creatività di Alex, cantautore in discesa ripida, e di stroncarne definitivamente la carriera. Il suo modo di porgere i pezzi, la sua musicalità e la sua fisicità sembrano non funzionare più, mentre sopravvengono i deliri del finto misticismo “indiano” ed entrano in azione le falciatrici arroganti della semplificazione. Ma il “facile” non è poi così facile. Tanto che per Alex sarebbe finita se non gli piombasse casualmente in casa Sophie (Barrymore), una ragazza semplice (non “facile”) e però preparata, brava nell’uso tecnico delle parole. La canzone di successo si farà. E piacerà anche alla superstar Cora (Bennett), un “idolo” così finto da sembrare vero. Citazione, dicevamo. E’ in questo senso che le smorfiette di Grant si rendono sopportabili e perfino simpatiche: ci aiutano a capire il problema, il problema di come sia stato possibile che la finta facilità vincesse sulla complessità della vita. E infatti, non vinse veramente. Lo vediamo oggi.

Franco Pecori

Print Friendly

23 febbraio 2007