La complessità del senso
16 12 2017

Io, Don Giovanni

film_iodongiovanniIo, Don Giovanni 
Carlos Saura, 2009
Cinematografia Vittorio Storaro
Lorenzo Balducci, Lino Guanciale (Mozart), Emilia Verginelli (Annetta), Tobias Moretti (Casanova), Ennio Fantastichini (Salieri), Ketevan Kemolidze (Adriana Ferrarese/Donna Elvira), Francesca Inaudi, Franco Interlenghi, Cristina Giannelli, Sergio Foresti, Borja Quiza, Carlo Lepore
Roma 2009, anteprima fc.

Il 29 ottobre 1787, un applauso non particolarmente convinto accolse, a Vienna, la prima rappresentazione del Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart. In particolare, l’Imperatore Giuseppe II osservò che l’opera avrebbe potuto risultare «indigesta» per i suoi sudditi. «Lasciate loro il tempo di digerirla, Maestà», fu la risposta un tantino impertinente di Mozart (Guanciale). In effetti, era stato Lorenzo Da Ponte (Balducci) a suggerire al compositore l’idea di un Don Giovanni non proprio convenzionale. Il poeta si ispirava alle sue vicende personali, di prete giudicato libertino e massonico dall’Inquisizione e per questo condannato a 15 anni di esilio a Venezia, da dove poi si era spinto fino a Vienna. Con una lettera del suo amico Casanova (Moretti) si era dapprima presentato al potente Antonio Salieri (Fantastichini) e poi aveva preferito l’amicizia di Mozart. Carlos Saura, 77 anni, mostra una sorprendente vitalità e una bella capacità di aggiornamento nell’approccio al materiale. Si appoggia, beato lui, all’arte di Vittorio Storaro, maestro della cinematografia, il quale offre qui una delle sue prestazioni migliori, in perfetta consonanza col tema, con i personaggi e soprattutto con l’ambientazione (scenografia di Paola Bizzarri e Luis Ramirez, costumi di Marina Roberti e Birgitt Hutter) – da notare l’uso specifico delle più attuali tecniche fotografiche negli ingrandimenti per la rappresentazione di luoghi veneziani e viennesi, realizzata con lo spirito, come rivela lo stesso Saura, degli spettacoli in Diorama del XIX secolo. Tuttavia il film assume un carattere originale per una sorta di “presa diretta” sull’ideazione e composizione dell’opera mozartiana. Il Don Giovanni ci appare come un evento nel suo divenire, ne comprendiamo il contenuto e le ragioni interne che ne fecero allora una novità ardita e che tutt’oggi ne confermano il valore assoluto. Non siamo in ambito filologico, tuttavia i dialoghi didascalici e i tagli semplificativi delle sequenze non ostacolano, anzi suggeriscono una comprensione più diretta del lavoro della coppia Da Ponte-Mozart. È anche giusto l’uso di attori giovani che rendono la materia libera dal complesso del “capolavoro”. Si deve però notare che certi toni delle battute sfiorano il limite di un’interpretazione che chiameremmo “mocciana” (dal mondo di Federico Moccia) e questo, forse va oltre l’intenzione del regista.

Franco Pecori

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21 ottobre 2009