La complessità del senso
23 11 2017

Lebanon

film_lebanonLebanon
Samuel Maoz, 2009
Fotografia Giora Bejach
Yoav Donat, Itay Tiran, Qshri Cohen, Michael Moshonov, Zohar Strauss, Dudu Tasa, Ashraf Barhom, Reymonde Amsellem.
Venezia 2009, Leone d’oro.

Il regista israeliano (Tel Aviv, 1962), al suo primo lungometraggio, ci tiene, giustamente dal suo punto di vista, a far sapere che il film deriva dall’esperienza diretta, terribile, avuta nel giugno 1982 nella cosiddetta guerra del Libano. Maoz, che allora evava 20 anni, racconta di aver ucciso per la prima volta un uomo, «non per scelta» ma per istinto di sopravvivenza, «di fronte a una tangibile minaccia di morte». Dopo 25 anni, digeriti a stento i giorni della guerra, ha potuto finalmente mettersi a scrivere Lebanon, trasmettendo, «di pancia» egli dice, il grumo di sentimenti e sensazioni che gli  era rimasto dentro. Ma tutto questo ci direbbe semplicemente che il film che ne è nato è “tratto da una storia vera”, nulla aggiungendo o togliendo al valore dell’opera, né all’idea che possiamo avere della guerra, o di quella guerra in particolare. E invece, il film di Maoz è bellissimo proprio per il suo valore estetico, perché sembra quasi che sia il frutto specifico di un’invenzione del cinema. Anche se verrebbe da pensare ai movimenti artistici che negli anni Venti si chiamarono Kammerpiel  – per via soprattutto dello spazio ristretto della scena – ed Espressionismo – per l’uso emotivo del primo piano -, la novità sta nello sguardo costrittivo della cinepresa, limitato al mirino del carro armato dal quale vediamo ciò che accade fuori mentre siamo compressi nella ferraglia interna del mezzo («L’uomo è d’acciaio, il carro è una ferraglia» si legge sulla parete semibuia). È uno sguardo che il regista sembra mettere in atto «non per scelta» né, questa volta, «di fronte a una tangibile minaccia di morte», bensì per la ragione inversa, per una sorta di necessaria nascita, nascita del cinema a misura di una tecnica, di quella particolare tecnica richiesta da quegli impulsi/sentimenti legati all’esperienza diretta acquisita precisamente il 6 giugno 1982 a partire dalle 6:15 del mattino e nei giorni seguenti. Una volta immersi nell’atmosfera «fosca e untuosa» del carro armato, non è più nemmeno necessario chiederci che cosa sia stata, per quali ragioni si sia combattuta quella guerra: siamo in una “camera” infernale, la morte sul collo e questo basta per averne orrore. Non di quella, di tutte le guerre. Chiusi nel carro con i quattro militari, ci sentiamo aggrediti, violentati dal fuoco nemico e da quello amico, spariamo controvoglia, vomitando, frastornati dal fracasso e dai sobbalzi della macchina; non sappiamo quasi nulla di ciò che veramente accade là fuori, abbiamo contatti tecnici via telefono, sentiamo l’odore del sangue e, alla fine, ci ritroviamo in un campo di girasoli, chissà come, chissà perché.

Franco Pecori

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23 ottobre 2009