La complessità del senso
22 09 2017

Nemico pubblico

film_nemicopubblicoPublic Enemies
Michael Mann, 2009
Fotografia Dante Spinotti
Johnny Depp, Christian Bale, Marion Cotillard, Billy Crudup, Stephen Dorff, Stephen Lang, Channing Tatum, Leelee Sobieski, Emilie de Ravin, David Wenham, Giovanni Ribisi, Rory Cochrane, Stephen Graham, Lili Taylor, John Ortiz, Carey Mulligan, Shawn Hatosy, James Russo, Matt Craven, Branka Katic, Bill Camp.

Il bravissimo Johnny Depp realizza la sua interpretazione più libera da manierismi proprio nel ruolo di John Dillinger, personaggio vero eppure avvolto nella mitologia eroica negativa e romantica fino a rendere quasi impossibile una lettura non simpatica delle sue inclinazioni alla giustizia “privata”. Il rapinatore di banche più freddo e spietato che l’America avesse conosciuto ne combinò tante (la sua banda agiva mitra alla mano) da costringere le autorità a dichiararlo Nemico Pubblico Numero Uno. Era la prima volta in America e il capo del Bureau of Investigation (Hoover/Crudup) pensava alla trasformazione del suo ufficio in Federal Bureau of Investigation (FBI). Fu Hoover ad affidare a Purvis/Bale il non facile compito di prendere Dillinger.  Nel quarto anno della Grande Depressione (1933) Dillinger porta dentro di sé un rancore che è un grido di “vendetta”. Il furto di 50 dollari per il quale ha conosciuto inzialmente la prigione gli sembra qualcosa di troppo irrilevante rispetto alla responsabilità delle banche nella perdurante crisi del ’29. Vista oggi, la vicenda sembra conservare più di un qualche elemento d’attualità. Michael Mann, regista che ha saputo coniugare figure “contrarie” in storie comuni di destini avversi (Heat – La sfida, 1996: Neil/De Niro e Vincent/Pacino, Collateral, 2004: Vincent/Cruise e Max/Foxx) mantenendo l’occhio cosciente su contesti metropolitani simili all’inferno, ricostruisce la scena con i caratteri della verosimiglianza senza rinunciare a nulla dell’iconologia del film gangster, cappotti, cappelli, auto nere, mitra e pistole, feroci ed aperti scontri a fuoco con abbondanza di cadaveri, furbizia e intelligenza dei banditi, insufficiente arguzia dei poliziotti; e immancabile, l’amore del capo per la sua donna (Billie Frechette/Marion Cotillard brava anche lei), l’unica ragione plausibile per arrendersi una volta o l’altra ai tradimenti e alla morte che prima o poi arriverà, magari a Chicago. Magistralmente tagliato e montato secondo un coerente criterio creativo, il “materiale” funziona, ha una capacità di attrazione che risponde alle leggi primarie del cinema-arte (altra cosa è il “Cinema d’autore”), o se si vuole di quel montaggio che Ejzenstein chiamò appunto montaggio delle attrazioni. L’apertura delle inquadrature, il loro esito, l’aggancio tra di esse segue una suspence interna alla forma offrendo all’interpretazione di Depp ampie possibilità soggettive. E l’attore ci mette del suo, non si limita a ricalcare il saputo ma offre al personaggio il proprio sentimento, tanto che quando ascoltiamo Billie Holiday cantare The Man I Love o Am I Blue? o Love Me Or Leave Me la musica trasmette un’intensità più che degna. E quando Mann segue il protagonista che va al cinema con Billie Frechette, l’idea di “raddoppiare” la storia con una sequenza di Manhattan Melodrama (Le due strade, W. S. Van Dyke, 1934) Clark Gable e Myrna Loy non sono semplicemente uno “specchio” né obbediscono passivi al richiamo cinefilo, ma propongono un emozionante viaggio nel mito, dal cinema alla vita e viceversa. Se è vero che, come dice Bale (il quale per interpretare Purvis si è scrupolosamente documentato), negli archivi dell’FBI non è rimasto quasi niente della storia di Dillinger, possiamo affidarci a Public Enemies per averne la sostanza poetica (nel senso più complessivo) – che non è poco.

Franco Pecori

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6 novembre 2009