La complessità del senso
24 09 2017

Fame – Saranno famosi

film_fameFame
Kevin Tancharoen, 2009
Fotografia Scott Kevan
Naturi Naughton, Asher Book, Kay Panabaker, Kherington Payne, Collins Pennié, Walter Perez, Paul McGill, Anna Maria Perez De Tagle, Paul Iacono, Kristy Flores, Debbie Allen, Charles S. Dutton, Kelsey Grammer, Megan Mullally, Bebe Neuwirth, Ryan Surratt, Tiffany Espensen, Cody Longo, Tim Jo, Johanna E. Braddy.

La distanza che passa tra l’autentica fede (passione per le arti dello spettacolo) degli studenti della prestigiosa School of Perfoming Art di New York e la informe voglia di affermazione di molti giovani soprattutto attraverso la televisione (dipendenza massmediatica, specie da “reality”) ha una tale portata morale da rendere difficilmente collocabile la riproposta di un sogno ottimistico, quale ancora viene rappresentato dal film di Tancharoen, remake del Fame che Oliver Parker realizzò nel 1980. Proprio l’aspirazione utopica di 30 anni fa, fondata sulla filosofia del “sogno americano”, meritocratico e liberale, e contrapposta al falso successo della fama ottenuta senza sforzo, è stata già la dimostrazione della qualità ingannevole dei famosi anni Ottanta («Cosa resterà…» diceva anche una canzone italiana), della loro equivoca spinta verso un cammino in discesa, facile ma pericoloso. Come essere ingenui dopo tanto tempo e dopo tante lezioni della storia che dovrebbero indurci ad una visione più realistica, anche nella pratica poetica? Quella tensione che, sia pure dimostratasi poi caduca, spinse allora la nuova generazione a raccogliere i cocci di Woodstock sparsi lungo il settimo decennio del Novecento, non si vede come possa essere recuperabile tale e quale oggi. Invece, l’esordiente Tancharoen fa finta di niente. Il suo remake non mostra segni di coscienza storica. Mentre una percentuale sempre più corposa dei film prodotti negli ultimi anni viene etichettata con la formula “tratto da una storia vera” – etichetta rivelatrice di complessi verso il realismo referenziale che, colmata una certa misura, sfocia in alibi e stereotipo commerciale -, i ragazzi di Fame 2009 continuano a credere che saranno famosi come fossero nel 1980, allo stesso modo. L’unica differenza è nello stile del regista, individuabile nella sua propria cifra se rivediamo Parker, anonimo e perfino a tratti scadente nel remake. Ed è l’ulteriore indizio dell’utilizzo spregiudicato della formula Fame in funzione speculativa, nonché la prova oggettiva di come il concetto stesso di “fama” risieda stabilmente ad un livello del tutto impersonale, al traino di una “macchina” che prescinde dalle storie singole. Non è una giustificazione, ma si capisce così, tra l’altro, come le diverse vicende dei protagonisti siano tanto scolorite (tipicizzate, banalizzate) da risultare irrilevanti rispetto alla propria rappresentazione – diremo meglio presentazione. Una per tutte, Denise (Naughton) e i suoi genitori, famiglia afroamericana “borghese”. Il padre conservatore e autoritario vorrebbe la figlia pianista classica, la madre comprensiva accetta la scelta della ragazza orientata invece al canto moderno. Alla fine, si capisce che è inutile insistere con Beethoven se Denise preferisce l’hi pop. È vero che la School of Perfoming Art assicura comunque agli allievi il raggiungimento del più alto grado di professionismo ed è pacifico che il risultato è raggiungibile soltanto con il sacrificio e il massimo impegno nel «duro lavoro» (il talento non basta), ma è anche vero che, se attraverso quella pedagogia sono stati immessi nella società decine e centinaia di bravissimi cantanti, ballerini, attori, registi, la società stessa non è cambiata gran che nei suoi valori, si è anzi vieppiù conformata alle leggi massmediologiche. E sono comunque Beethoven e Mozart a cedere il passo, non per una valutazione estetica pur sempre mutabile ma per la presunta immutabilità della fame di successo. Dunque niente da salvare? Qualcosa sì: per paradosso sono le scene più esplicitamente didattiche, il rapporto stretto tra insegnanti e allievi nei particolari delle lezioni e cioè negli aspetti tecnici (che tecnici non sono mai) delle singole materie, laddove la fama è lontana.

Franco Pecori

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9 ottobre 2009