La complessità del senso
20 11 2017

Motel Woodstock

film_motelwoodstockTaking Woodstock
Ang Lee, 2009
Fotografia Eric Gautier
Demetri Martin, Liev Schreiber, Eugene Levy, Imelda Staunton, Kevin Sussman, Kevin Chamberlin, Gabriel Sunday, Jonathan Groff, Henry Goodman, Mamie Gummer, Dan Fogler.
Cannes 2009, concorso

Woodstock, evento dalla portata metaforica non troppo semplificabile ancora oggi a distanza di 40 anni, sembra da una parte preso a pretesto per raccontare la storia simpatica d’una famiglia un po’ country e un po’ nella crisi dei Sessanta (il Vietnam, la rivolta giovanile, la “liberazione” sessuale); e dall’altra, sembra un esercizio difensivo, per evitare gli agguati del risaputo, della critica sociale a distanza. Le note di produzione si aprono così: «Vi ricordate Woodstock? Se ve lo ricordate – come dice lo slogan – probabilmente non ci siete stati». Lo slogan è chiaro, essendo la dimensione onirica (in tutte le possibili accezioni, compreso il viaggio) il senso più probabile, cioè più debole, trasmesso fino a noi da quell’episodio reale e simbolico (mistura propria di ogni “realtà” che si rispetti): il sogno di un momento storico andato in fumo, in quanto realtà sognata e in quanto storia sincretica di un mondo in trasformazione. Il regista taiwanese, consolidata la propria americanizzazione (Brokeback Mountain, Lussuria), tiene a distanza la dimensione fantastica, evita (con qualche esitazione) il rischio del documentario (strada che sarebbe stata poco giustificabile dopo tanto tempo e comunque già ottimamente percorsa da Michael Wadleigh a ridosso del fatto – Woodstock, 1970) e cerca piuttosto di rintracciare le sensazioni che i protagonisti e i testimoni di allora provarono e si portarono dentro. Il film è forse il più riuscito tentativo di Ang Lee di comprendere un certo spirito della società americana, sia pure da un punto di vista parziale e con tagli netti che delimitano esplicitamente la “visione”. Il genere commedia è dichiarato, non c’entra la musica che pure si sente (Grateful Dead, Doors, Jefferson Airplain) e fu pure buona sostanza della “quattro giorni” (15-18 agosto 1969) di Woodstock, né c’entrano troppo – se non come figurazioni referenziali – i discorsi sulla nudità del vivere libero o sulla ricerca un po’ vana, drogata, delle qualità del corpo. Il racconto – dal libro di Elliot Tiber e Tom Monte, Taking Woodstock (Rizzoli) – è incentrato sul momento di trapasso, vagamente patetico e simpatico, vissuto proprio in quella vasta radura di Woodstock e in quel weekend agostano da una famigliola di ebrei immigrati (padre e madre anziani e giovane figlio). Sonia (Staunton) e Jake (Goodman) hanno ormai poche speranze di salvare dal fallimento il loro motel quasi cadente, mentre Elliot (Martin), chiuso tra l’aggressività dominante della madre (la donna è segnata dalla paura dopo la fuga dall’Unione Sovietica) e la triste rassegnazione del padre, sente che la propria vita deve avere una svolta. Improvviso arriva l’inatteso incidente. Piombano nella campagna gli organizzatori del festival musicale e dietro di loro invade la zona la marea sconfinata degli hippies. Piovono dollari come dal cielo. In tre giorni il “premio” diventa molto può grosso del pur sostanzioso gruzzolo che Sonia ha tenuto nascosto per tutta la vita. Come in sogno, tutto si apre, si aggiusta ed Elliot conosce se stesso, trova la sua autonomia anche sessuale. Ignaro dello strabiliante esito, era stato lui ad offrire il motel all’amico Michael (Groff) e alla musica rock. I suoi buoni propositi hanno sfondato il limite dell’immaginazione. Ora tutti se ne vanno. Chiude il film proprio Michael, mitico, a cavallo. Irreale, gentile eppure vagamente arrogante, si ferma un attimo a salutare Elliot. Guarda lontano, vede già il prossimo grande concerto da organizzare, i Rolling Stones. Qualcosa di strano è accaduto.

Franco Pecori

Print Friendly

9 ottobre 2009