La complessità del senso
23 11 2017

Un amore all’improvviso

film_unamoreallimprovvisoThe Time Traveler’s Wife
Robert Schwenkte, 2009
Fotografia Florian Ballhaus
Eric Bana, Rachel McAdams, Ron Livingston, Maggie Castle, Michelle Nolden, Hailey McCann, Philip Craig, Jane McLean, Brian Bisson, Donald Carrier, Joan Barrett, Tatum McCann, Alex Ferris, Brooklynn Proulx.

Basato sull’Odissea? Penelope passa la vita aspettando che Ulisse ritorni da lei. Succede anche a Clare (McAdams). Henry (Bana) va e viene nella sua vita e lei lo attende sempre con rinnovata fiducia. Non fosse che questa l’analogia, se servisse a richiamare l’attenzione almeno di uno spettatore verso l’antico capolavoro della letteratura greca, potremmo dire che l’ispirazione di secondo grado di Schwenkte (Flightplan – Mistero in volo, 2005), dal bestseller di Audrey Niffenegger, La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, avrebbe già dato il suo frutto.  Infatti, sia pure attraverso una metafora stranamente fantascientifica, che nel film diventa alquanto arzigogolata per via della difficoltà di tradurre in immagini “astratte” l’eccezionalità di un continuo e imprevedibile spostamento temporale, il discorso di una traduzione psicologica della realtà-tempo induce comunque a riflessioni sul valore del flusso vitale, non necessariamente lineare come invece siamo abituati a considerarlo. A seconda dell’ottica con cui lo si veda, il concetto può rivolgersi al passato, ad una cultura sganciata dalla  scienza, oppure al futuro, in una prospettiva scientifica aggiornata su parametri di relatività. Nel secondo caso, una storia d’amore come quella di Clare ed Henry assume connotati più “realistici” (nel campo di una morale neoromantica) di quanto non si creda, compreso il senso poetico che ne deriva. Non molto diverso è ciò che può accadere con l’Odissea, che l’opera omerica si rilegga in un senso o nell’altro, verso Penelope o verso Ulisse. Il film, dovendo utilizzare le immagini, scorre sul filo di tale rischio, che i “viaggi” di Henry nel tempo, quel suo apparire e scomparire al fianco di Clare costituisca non più che un referente banale (per quanto “complicato”) per un rafforzo tradizionale del valore dell’amore e della famiglia. Tra curiosità e attrazione, restano pur sempre in ballo – fatte salve le discrasie temporali – il matrimonio, il parto di una figlia, la “fedeltà” della donna all’uomo che ha sempre amato – da bambina lo ha visto come uomo grande, poi da ragazza come giovane di pari età, quindi come un uomo maturo, morto e rinato nell’oscillazione del tempo – senza mai crollare nel dubbio dell’impossibilità. Il titolo italiano rende male il senso del racconto. Il dubbio è se il tempo sia parametro dell’amore o se ne sia anche il fattore. E comunque il punto di vista è femminile, come dice lo stesso titolo originale. Mentre l'”anomalia genetica” (qui è l’elemento fantascientifico) di cui soffre fa di Henry l’oggetto di uno strano destino – l’uomo ha delle crisi ricorrenti che lo denudano degli abiti del momento e lo proiettano in fasi diverse della vita -, Clare e la figlia  (Tatum e Hailey McCann, rispettivamente Alba a 5 e 10 anni) assorbono la storia, la normalizzano fino a ridurla in una dimensione “prevedibile”. Lanciano il cuore, per così dire, al di là del tempo, recuperano col nuovo sentimento anche i propri sentimenti più autentici, rinunciando forse alla “normalità”. E vivono una condizione molto post-post- moderna.

Franco Pecori

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2 ottobre 2009