La complessità del senso
26 09 2017

Baarìa

film_baariaBaarìa
Giuseppe Tornatore, 2009
Fotografia Enrico Lucidi
Francesco Scianna, Margareth Madè, Nicole Grimaudo, Ángela Molina, Lina Sastri, Salvo Ficarra, Valentino Picone, Gaetano Aronica, Alfio Sorbello, Luigi Lo Cascio, Enrico Lo Verso, Nino Frassica, Laura Chiatti, Michele Placido, Vincenzo Salemme, Giorgio Faletti, Corrado Fortuna, Paolo Briguglia, Leo Gullotta, Beppe Fiorello, Luigi Maria Burruano, Franco Scaldati, Aldo Baglio, Monica Bellucci, Donatella Finocchiaro, Marcello Mazzarella, Raoul Bova, Gabriele Lavia, Sebastiano Lo Monaco, Tony Sperandeo, Elena Russo, Gisella Marengo, Alessandro Di Carlo, Giovanni Gambino, Davide Viviani, Mariangela Di Cristina, Christian Canzoneri, Giuseppe Garufi, Gaetano Sciortino, Giuseppe Russo, Maurizio San Fratello, Valentina Rubino, Desirée Rubino, Anna Faranna, Fabrizio Romano, Gaetano Bruno, Lollo Franco, Marco Iermanò, Adele Tirante, Michele Russo, Michele Russo, Lauretana Di Salvo, Gaetano Balistreri, Alessandro Schiavo, Orio Scaduto, Enrico Salimbeni, Ludovico Vitrano, Nino Russo.
Venezia 2009, concorso.

Un kolossal da 25 milioni, oltre 160 mila euro per ogni minuto dei 150 montati, grandi masse, grandi scene, una lista impressionante di “partecipazioni” importanti (a fronte della “modestia” dei due bravi protagonisti, Francesco Scianna e Margareth Madè). Uno strano kolossal per una “Piccola Sicilia Antica”, mondo a parte, la lingua della cui gente necessita di doppiaggio per la distribuzione in Italia (Medusa), eppure mondo di tipicità buone ancor oggi, pare, per una lezione di storia italiana del Novecento (non pensate a Bertolucci). Piccolo mondo, trasognato con occhi di bambino, bambino che corre a perdifiato in un ricordo iniziale e finale, chiudendo il film in una parentesi onirica molto comprensiva di possibili attualità. Ma una strana storia, ricostruita e rivissuta per linee interne (interiori) e secondo scansioni brevi – scene, scenette, bozzetti,  mai sequenze di lungo respiro – capaci di assorbire il peso di una vaghezza di senso, voluta o non voluta, che sembra cercare giustificazioni morali e ideali nel tratto poetico, nella pennellata istantanea. Diremmo quasi un colossale instant movie, che blocca in voluminoso  paradosso il peso di una composizione digestiva, scaricandone i punti critici nel cinema-paradiso di un’utopia tangenziale, complementare alla “bontà” dell’avversario che dicesse a Peppino: «Ah, se tutti i comunisti fossero come te!». Peppino/Scianna è il giovane che, cresciuto nella povera provincia di Palermo (Bagheria), diventa comunista conservando in sé i buoni sentimenti dell’infanzia, a contrasto con la vecchia tracotanza dei fascisti, con la spietatezza mafiosa e con l’opportunismo della nuova politica degli anni Cinquanta e Sessanta. Gli episodi anche drammatici della vita italiana, visti dal profondo sud, ci sono: la guerra, le lotte contadine per la terra, la monarchia, la repubblica, i comizi per le elezioni, la Democrazia Cristiana di Tambroni, il dissidio Pci-Psi, lo “spaesamento” finale di fronte all’incognita di un futuro nebbioso. Mentre il piccolo mondo passato sfuma nel presente incerto, ci resta il volto buono di Peppino, il suo sentimento del vissuto e il “lancio” ottimistico del figlio, spedito su un treno verso una vita migliore. Nonni e donne, famiglia e altri figli, riposano sul fondo del quadro affollato. Resta la poesia di Tornatore, bravo nella regià in senso stretto, discreto nel dettato simbolico. Un pizzico di Fellini non guasta: è soprattutto nella forma del sogno, in qualche accenno a mostri dell’immaginario, nella traslucida sensazione di memoria e anche nel tentativo di avvolgere in una musica argentata (ma Ennio Morricone non è Nino Rota) il dono della composizione estetica.

Franco Pecori

Print Friendly

25 settembre 2009