La complessità del senso
20 11 2017

La ragazza che giocava con il fuoco

film_laragazzachegiocavaconilfuoco1Flickan som lekte med elden
Daniel Alfredson, 2009
Fotografia Peter Mokrosinski
Michael Nyqvist, Noomi Rapace, Annika Hallin, Per Oscarsson, Lena Endre, Peter Andersson, Jocob Ericksson,  Sofia Ledarp, Yasmine Garbi, Johan Kylén, Paolo Roberto, Georgi Staykov, Tanja Lorentzon.

Medio. Quindi ottimo, diranno i lettori del libro (Marsilio Ed.), il secondo, dopo Uomini che odiano le donne, della trilogia Millennium dello scrittore svedese Stieg Larsson, morto prematuramente. La ragazza è ancora lei, Lisbeth Salander (Rapace). Ha conservato le sue caratteristiche, chiusa, dura e sensibile, tatuata sul corpo e piena di piercing in volto, sguardo pungente, bravissima col computer e nella difesa di sé. Millennium è la solita rivista. Il direttore, Mikael Blomqvist (Nyqvist) e i suoi redattori sono disposti a rischiare la pelle pur di scrivere la verità su certi affari sporchi (sesso, droga e non solo) che coinvolgono personaggi importanti anche della politica. Questa volta un paio di giornalisti ci lasciano realmente le penne. Sappiamo che la “cattiveria” di Lisbeth è dovuta alla sua infanzia in un istituto psichiatrico e alla successiva “prigionia” dovuta al regime di tutela, deciso dalla “giustizia” su di lei, giudicata incapace al 18 anno di età. Sulla sua famiglia verremo a sapere particolari decisivi, orribili, che andranno a formate un tutt’uno nel quadro di corruzione e violenza sempre più dettagliato attorno alla giovane eroina. Ma c’è un uomo che ha fiducia in lei, Mikael, il quale si batterà contro ogni apparenza per dimostrare che Lisbeth, accusata di omicidio, è innocente e per salvarla dalle aggressioni persecutorie di mostri la cui identità si rivelerà solo nel finale. Alfredson la tira un po’ per le lunghe, con qualche tratto di pedanteria e qualche amnesia sul versante della necessità interna al racconto. La sceneggiatura tralascia a volte il conto delle motivazioni per seguire più diligentemente lo sviluppo dell’azione. E nonostante ciò abbiamo l’impressione che per arrivare alla fine non sia così neccessario attardarsi nell’accumulo degli “incidenti”. Ma Lisbeth vive e sarà ancora tra noi, questo sembra l’importante.

Franco Pecori

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25 settembre 2009