La complessità del senso
19 11 2017

Katyn

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Andrzej Wajda, 2007
Fotografia Pawel Edelman
Maja Ostaszewska, Artur Zmijewski, Andrzej Chyra, Jan Englert, Danuta Stenka, Pawel Malaszynski, Magdalena Cielecka, Agnieszka Glinska, Maja Komorowska, Wladyslaw Kowalski, Antoni Pawlicki, Agnieszka Kawiorska, Sergei Garmash, Krzysztof Kolberger, Wiktoria Gasiewska, Stanislawa Celinska, Anna Radwan, Joachim Paul Assböck.
Globo d’Oro 2008/9 (film europeo). Berlino e Torino 2008, fuori concorso.

Oscar alla carriera nel 2000, Orso d’Oro alla carriera nel 2006, Andrzej Wajda, nato nel 1926 a Suwalki, città polacca al confine con la Lituania, non ha mai smesso di impegnare il suo ingegno di regista nel racconto della storia del proprio paese dal punto di vista non ufficiale, contro il conformismo politico e l’ipocrisia di regime e in appoggio al movimento di Solidarnosc. Dopo Cenere e diamanti (1958), L’uomo di marmo (1977), L’uomo di ferro (1981),  arriva con Katyn  l’amara e coraggiosa denuncia del massacro da parte dei sovietici di 22 mila ufficiali e intellettuali polacchi, appunto nella foresta di Katyn, nel 1940. La propaganda di Stalin attribuì poi la responsabilità dell’eccidio ai nazisti. Wajda segue passo passo le annotazioni del diario di una delle vittime, ritrovato nel 1943. Dopo una prima parte stilisticamente un po’ scontata, dove prevale l’uso della tipizzazione nell’introdurre la vicenda – siamo al momento della deportazione dopo la spartizione della Polonia tra Germania e Unione Sovietica -, il film entra nel vivo seguendo il dramma soprattutto delle famiglie e in particolare delle donne, prendendo un tono progressivamente profondo, entrando nei sentimenti pur senza mai perdere la lucidità dello sguardo. L’eco della grande tragedia del nostro tempo, non ancora esauritasi, rimbalza dalla schermo cupo e, sulle note di Krzysztof Penderecki, risuona terribile nella coscienza dello spettatore l’interrogativo di Jerzy, l’ufficiale che finirà suicida: «Se sono stati i sovietici o i tedeschi, che differenza fa?». Nulla è dato per scontato da Wajda tranne la necessaria tenuta della dignità umana, per lui anche religiosa.

Franco Pecori

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13 febbraio 2009