La complessità del senso
24 11 2017

Ricatto d’amore

film_ricattodamoreThe Proposal
Anne Fletcher, 2009
Fotogrefia Oliver Stapleton
Sandra Bullock, Ryan Reynolds, Mary Steenburgen, Craig T. Nelson, Betty White, Denis O’Hare, Malin Akerman, Oscar Nuñez, Aasif Mandvi, Michael Mosley, Maureen Keiller, Dale Place, Mini Anden, Alicia Hunt, Jerrell Lee Wesley.

Neointegralismo tecnocratico? Piano con le parole. Quanto più rigonfia è la bisaccia degli incassi dei film che arrivano sul nostro circuito,  dagli Usa come da altre parti del mondo (nel caso di The Proposal siamo a 140 milioni di dollari), tanto più chiaro può essere il senso – diciamo così – della vita che può venircene. Se poi si tratta del genere commedia è ancora più probabile che siamo vicini alla “verità”. Attenzione però alle brevi sinopsi suggerite da produzioni e/o uffici stampa. Per esempio, leggiamo che «l’editor Margaret Tate, è una donna dalla vita organizzata e che sa bene ciò che vuole, soprattutto sul lavoro. Quando è in ufficio, infatti, Margaret è un capo insopportabile, in particolare con il suo assistente Andrew Paxton che lei non perde mai occasione di tiranneggiare e tormentare». Ora, «sul lavoro» e «in ufficio» sono parole molto vaghe se non teniamo ben conto che la protagonista è un editor. Sui suoi compiti, durante il film, non veniamo a sapere molto, se non che Margaret deve leggere manoscritti e decidere quali siano degni di pubblicazione. Nella realtà il lavoro dell’editor è un po’ più complesso e soprattutto “invasivo”. Il libro viene aggredito “chirurgicamente”, spesso riscritto, sottoposto ad una cura “estetica” che lo trasforma in prodotto omogeneo alle esigenze di vendita, cioè a quelle che nella precisa contingenza culturale sono ritenute le attese del probabile lettore, individuato quest’ultimo secondo criteri di target commerciale e, per lo più, secondo idee di medietà che vanno ad investire, non solo in superficie, la stessa concezione del mondo di quanti acquisteranno e leggeranno le pagine stampate. Non siamo lontani dalla pubblicità. Tutto questo per dire che Ricatto d’amore va ben oltre la storia del “curioso” caso americano, della proposta di matrimonio finto di una canadese che riceve il foglio di via al suo assistente interessato alla carriera. Ben oltre, o se si vuole ben al di qua dei problemi dell’immigrazione negli Usa (è comunque anche questo un consistente elemento di attualità). Qui si tratta ancora una volta di salvare i valori della famiglia, valori più forti e resistenti persino di certa tecnocrazia. Mentre nei prodotti approvati e sfornati dall’industria editoriale possiamo pur trovare, a seconda della “genialità” dell’editor, anche guizzi di trasgressione (controllati e programmati, si capisce), sull’autenticità dei sentimenti che devono portare al matrimonio non si transige. Il marchio Walt Disney non può permetterselo. In questo senso, la macchina narrativa e la sceneggiatura (Peter Chiarelli) di Ricatto d’amore sono di una funzionalità impressionante. E capita difficilmente di trovare un’identificazione altrettanto giusta tra attori e ruoli: Bullock/Margaret, ma anche e soprattutto Reynolds/Andrew nella difficile parte del figlio di famiglia straricca che dall’Alaska se ne va a provare le proprie capacità a New York cominciando dal basso (mito americano). Le sequenze si articolano secondo sfumature così sapienti (la regista e attrice Anne Fletcher viene dai successi di Un ciclone in casa, Missione tata, Step Up e 7 volte in bianco) che si è portati ad appassionarsi alla “curiosa” storia d’amore (da finto a vero), tralasciando progressivamente il punto di partenza, ossia la situazione di lavoro editoriale, fortemente integrativa, in cui sono immersi i protagonisti all’inizio del film. Man mano, tutte le ragioni “tradizionali” si affermano e vincono (Margaret conoscerà in Alaska la famiglia di Andrew, genitori e simpatica nonna novantenne…), soddisfacendo tutte le attese dello spettatore (secondo il target prefissato, largo ma rigido). Non ci sarà nemmeno da vergognarsi d’essere anche un po’ romantici. Di un romanticismo moderno, attuale, non “rivoluzionario”, si capisce.

Franco Pecori

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4 settembre 2009