La complessità del senso
23 09 2017

Fa’ la cosa sbagliata

film_falacosasbagliataThe Wackness
Jonathan Levine, 2008
Fotografia Petra Korner
Ben Kingsley, Josh Peck, Famke Janssen, Olivia Thirlby, Mary-Kate Olsen, Jane Adams, Method Man, Aaron Yoo, Talia Balsam, David Wohl, Bob Dishy, Joanna Merlin, Ken Marks, Robert Armstrong, Nick Schutt.

La semplificazione è pericolosa? Dipende da cosa s’intende. Nella musica, la riduzione sistematica delle possibilità di scansione a ritmo binario può portare dallo slow al duinato (tàtta-tàtta) e poi all’esclusivo tum-tum-tum-tum della discoteca e dell’automobile “coatta”. Quantitativamente, la semplificazione – rispetto non solo al 4/4 ma anche al 3/4 e a tutti gli altri tempi dispari – orizzontalizza la fruizione (è storia), ma soltanto nelle società “evolute”. I “primitivi” non semplificano, spesso battono ritmi tutt’altro che semplici, arrivando a sovrapporne sei o sette nella stessa esecuzione. In mezzo a tutto questo, il trionfo di fenomeni come l’hip-hop produce confusione, attraversando diverse fasce sociali e mescolando istanze giovanili con “rivoluzioni” culturali il cui esito, a tutt’oggi, risulta tutt’altro che chiarissimo. La forma dell’hip-hop è centrale nell’ambientazione del quarto film di Levine (i tre precedenti non sono arrivati in Italia: Shards, Love Bytes, All the Boys Love Mandy Lane): lega le scene. Siamo nella New York del 1994 e la “semplificazione” impera su opposti versanti. Il sindaco Giuliani va giù duro nella repressione, terapeuta e pusher provano un rimescolamento sussidiario post-post-Woodstock, in una gestione ironica (o cinica?) della cooperazione esistenziale. Quello che sembra un rimescolamento arguto di vecchie cognizioni e di nuove disperazioni in un contesto difficile, data l’ovvietà degli elementi figurativi – personaggi e situazioni – risulta appunto una sorta di semplificazione a posteriori non richiesta (e forse per questo facile da applaudire, per esempio al Sundance Film Festival, dove il film ha avuto il premio del pubblico). In sostanza, il giovane spacciatore Luke Shapiro (Peck) offre droga al terapeuta tossico Jeffrey Squires (Kingsley) in cambio di un po’ di terapia. C’entra anche il ruolo di Stephanie (Thirlby), figliastra del dottore, solo per l’accenno ad una possibilità di rapporto autentico. Ma si apprezza soprattutto la bravura di Kingsley nel reggere un ruolo così “semplicemente” simbolico. Il resto è seppia. Nel colore indeciso si confondono quelli che non credevano più a niente con quelli che di nuovo credono a tutto pur di non cercare le cause non superficiali. «Ti spacca, tanto che ti cambia la vita», si diceva. Tanto per dire, «il Rap non è tutto».

Franco Pecori

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28 agosto 2009