La complessità del senso
18 10 2017

Il messaggero

film_ilmessaggeroThe Haunting in Connecticut
Peter  Cornwell, 2009
Fotografia Adam Swica
Virginia Madsen, Kyle Gallner, Elias Koteas, Amanda Crew, Martin Donovan, Sophi Knight, Ty Wood, Erik J. Berg, John Bluethner, D.W. Brown, John B. Lowe.

Un figlio con un tumore? Una casa «da riportare in vita», nel Connecticut, vicino all’ospedale. I genitori di Matt faranno dei sacrifici purché la cura sia giusta. Tutto sembra vero all’inizio (“tratto da una storia vera”), ma poi Matt (Gallner) comincia a fare “brutti sogni” e ad avere allucinazioni, squarci sonori colpiscono lo spettatore nella maniera più usuale, come in simili horror: casa con strane presenze. Ogni normale gesto diventa un possibile ingresso nel mondo altro. «Tutto bene? Tutto a posto? Sì, tutto a posto». Ma la cinepresa si muove più lentamente e il ragazzo sente accentuarsi i propri disturbi. Altro che tumore. Per non rischiare la confusione, le visioni, nelle quali entrano nuovi personaggi, assumono a tratti tonalità di seppia. Pillole blu contro la nausea? Ma possibile che i medici non capiscano? Noi siamo facilitati, il regista ci fa entrare direttamente nella stanza degli orrori. Il luogo, un’ex camera mortuaria, coincide con gli eventi “nascosti” vissuti sempre più spesso da Matt, il quale, da testimone, diventa protagonista, utilizzato come veicolo di un messaggio che sembra molto antipatico: via gli intrusi dalla casa. Tra psicoanalisi e “realismo” horror, l’inserimento del reverendo Popescu (Koteas) sembra offrire la chiave più probabile per una soluzione “spirituale”. Troppo difficile da vincere, infatti, la partita del cinema (inteso come realismo/verità delle immagini) per la rappresentazione diretta di realtà “interiori”. Prima o poi arriva il punto che sappiamo troppo bene come i nemici di Matt non possano essere reali, persone in carne ed ossa. A sua madre (Madsen) che disperata tenta di rassicurarlo e gli dice: «Non morirai», il ragazzo risponde sussurrando tra sé e sé: «A volte l’amore fa male». La visione rischia di distorcersi. Al cinema, “presenze”, “materializzazioni”, contatti medianici, apparizioni di ectoplasmi, non consistono che in immagini della realtà fotografica. Resta l’autorevolezza della parola (Popescu) e la “spiegazione”, necessaria al film, non può che venire da una “verità” non fotografabile. In tale impossibile dialettica si relativizza il fascino del primo lungometraggio di Cromwell, pur dignitoso nella forma, non volgare nella costruzione degli eventi. Al dunque, la bravura degli attori è l’aspetto più attraente.

Franco Pecori

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21 agosto 2009