La complessità del senso
23 09 2017

Harry Potter e il principe mezzosangue

film_harrypottereilprincipemezzosangueHarry Potter and the Half-Blood Prince
David Yates, 2009
Fotografia Bruno Delbonnel
Daniel Radcliffe, Emma Watson, Helena Bonham Carter, Alan Rickman, Bonnie Wright, Jessie Cave, Julie Walters, Tom Felton, Jim Broadbent, Warwick Davis, Michael Gambon, Evanna Lynch, Maggie Smith.

Sesto anno. È lungo il corso di magia a Hogwarts. Daniel Radcliffe ha dichiarato di non poterne più di sentirsi chiamare per la strada col nome del personaggio che ha interpretato per la serie di Harry Potter. «Un giorno – ha detto l’attore ormai ventenne – vorrei che tornassero a chiamarmi Daniel». Il problema è la magia a cui il ragazzo ha affidato la propria identità di attore. Essere o non essere. Chiaro o scuro, dark quanto si vuole, Harry è cresciuto. Lo stile della fotografia, dark appunto, può essere ora proposto alla comprensione degli spettatori non più infanti e, insieme all’incupirsi dell’immagine, emerge una nuova complessità morale e sentimentale. Infatti, la maschera del “maghetto” non regge più e c’è da chiedersi se l’alibi (che altro?) della magia possa sostenere ancora il peso di un perbenismo anche formale a cui si ispira l’impianto narrativo. Per potere, può reggere: c’è tanta gente al mondo che crede alle fiabe anche da grande, però Harry non è un ragazzo mediocre e la sua “ingenuità” è stata un buon espediente finché ha potuto essere verosimile. Ma ora, se Harry passasse dalla magia alla psicoanalisi e magari alla cibernetica, con tutta probabilità la sua personalità ne troverebbe non poco giovamento. E i lettori delle migliaia di pagine dei libri di Joanne Kathleen Rowling tradotti in tutte le lingue del mondo, potrebbero passare a opere più impegnative. Non ne avrebbero danni.  Invece, i ragazzi del film vivono nel modo più convenzionale e scontato i loro amorucoli adolescenziali (Potter vs Ginny/Wright e Hermione/Watson vs Ron/Grint), e il piano narrativo ondeggia in un non più misterioso andirivieni di prove e di ostacoli a cui siamo irrimediabilmente preparati. Data per scontata la totale assuefazione all’efficacia dei poteri magici delle bacchette luminose e alla relativa dinamica degli effetti, non resta che dare il giusto rilievo, più ancora che all’esagerata “purezza” dei sentimenti, alle ricorrenti e insistite pause in cui la sceneggiatura si attarda a sottolineare i possibili parametri di riferimento etico. Allusiva, soprattutto, la schematizzazione  del rapporto anima-oggetti nel macchinoso intreccio di aspirazioni all’eternità che fatalmente porterebbero, se non ben controllate, alla disgregazione e alla catastrofe morale (c’è perfino una forzata visita agli “Inferi” con incubo subacqueo). In questo senso, Potter, Silente, Severus, Lumacorno, Draco e tutta la scuola di magia formano una catena perfetta. Dentro o fuori.

Franco Pecori

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15 luglio 2009