La complessità del senso
20 11 2017

Garage

film_garageGarage
Leonard Abrahamson, 2007
Fotografia Peter Robertson
Pat Shortt, Anne-Marie Duff, Conor Ryan,  Andrew Bennet, Denis Conway, George Costigan, Tom Hickey, John Keogh, Don Wycherley, Una Kavanagh, Tommy Fitzgerald, Jason Nelligan, Don Wycherley, Suzy Lawlor.
Torino 2007, Miglior film.

Josie (Shortt) è un po’ ritardato ma non manca di sintesi. Vive vicino al lago sotto il cielo d’Irlanda, lavora in un garage e distributore di benzina fuori città. Solo e “autonomo” per forza, aggrappato alla semplice ritualità delle cose da fare, sente la distanza degli altri, al pub, al negozio di alimentari dove c’è Carmel (Duff), amore sognato e impossibile;  e alla pompa, con i clienti che si fermano per il rifornimento e se ne vanno lontano. “La città pensa a se stessa”, dice. Il padrone del garage lo tratta con indifferenza, come avesse altro per la testa, e lo sfrutta. Un giorno, gli affianca un quindicenne, David (Ryan), per aiutarlo dal giovedì al sabato, giacché ha deciso di prolungare l’orario di apertura nel fine settimana.  David sembra un bravo figlio e ingenuo quasi quanto Josie. Il ragazzo vede in lui un amico o un fratello più grande, che gli offre una lattina di birra per passare qualche minuto in compagnia. Ma quella di David si rivelerà per Josie un’amicizia perisolosa. A guardar bene, una maglietta col “Cuore di Gesù” stampato sul davanti sarà a suo modo rivelatrice. Verrà il momento che le piccole e fittizie relazioni (ma per Josie rapporti fondamentali, decisivi per sopravvivere pur nella “coscienza” dell’egoismo degli altri e della loro violenza repressa) subiranno l’urto micidiale del pregiudizio. Al dunque, nemmeno il cavallo bianco con cui aveva stabilito un contatto discreto, amichevole (“bravo ragazzo, sei un buon cavallo”), risponderà più a Josie. E pensare che proprio lui era stato capace di consolare un vecchio amico dal pianto disperato, una volta, lungo la strada. Passato alla “Quinzaine” di Cannes 2007 e poi vittorioso a Torino, Garage è un “piccolo” film universale che sembra voler raccongliere in sé il senso di cui si nutrono tutti i film del circuito commerciale, restandone provocatoriamente fuori, come per un invito alla “diversità”. L’impianto è teatrale, il microcosmo dentro cui il protagonista si muove (notevole la prova d’attore) suggerisce tipologie della solitudine, dell’alienazione, della disperazione. Il regista – dublinese di 43 anni, al secondo lungometraggio dopo Adam & Paul (2004) – nutre il racconto dei tempi necessari al montaggio delle idee più che all'”azione”, la quale, per altro, segue una sua stretta consequenzialità dissimulata in forme di flusso quotidiano. Ed è appunto la precisa catena dei minimi eventi a condurre al finale drammatico e freddo, inevitabile. Mentre si scopre la metafora del “reale” cresce l’ansia per la liberazione da un incubo a cui l’arte, questa volta, allude con malcelata ambizione.

Franco Pecori

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5 giugno 2009