La complessità del senso
18 10 2017

The Prestige

film_the_prestige.jpgThe Prestige
Christopher Nolan, 2006
Hugh Jackman, Christian Bale, Michael Caine, Scarlett Johansson, Rebecca Hall, Andy Serkis, David Bowie.

Il segreto è nelle cose. Paradossalmente, il gioco di prestigio concede alla fantasia l’ansia di un’ “indagine” di cui le cose “reali” non avrebbero bisogno. Ma c’è stata un’epoca, nella storia del costume e della cultura popolare, che ha assegnato il maggior credito spettacolare alle prestazioni degli illusionisti. In special modo nella Londra alle soglie del XX secolo, il successo dei “maghi” è paragonabile al divismo moderno. Nolan (già regista di “Memento”, “Insomnia”, “Batman Begins”) prende le mosse dal romanzo di Christopher Priest e lo “assiste” con gli effetti digitali di cui il cinema si è ormai ampiamente dotato. Tuttavia, al di là delle prime apparenze, il film poggia, più che sulle “meraviglie” illusionistiche, sul senso di profonda ambiguità che, a certi livelli di “coscienza”, la vita assume, “truccandosi” di volta in volta da “verità”, “identità”, “sorpresa”, “amore”, “menzogna”. I protagonisti sono due eterni “duellanti” delle apparenze, Angier/Jackman e Borden/Bale, rivali in illusionismo fino all’ultimo sangue, disposti a mettere in gioco il profondo rapporto uomo-maschera pur di prevalere nella fascinazione del pubblico. Il rischio, in scena e fuori, è altissimo: si può morire realmente, oltre che metaforicamente, per un solo gesto strabiliante, per la conquista del massimo segreto, cioè del “prestigio” più incredibile, che non a caso è definito il “Vero trasporto umano”. Lo “spostamento” della persona, fisicamente, da un luogo dell’esistenza ad un altro, attraverso accadimenti misteriosi, che, a quel livello, non possono non riguardare l’interiorità, produce una sorta di prestigio totale, un essere continuamente dentro e fuori dalla vita. In questo senso, certi risvolti dell’intreccio, che portano il film sul versante del thriller, risultano anche un po’ forzati, specialmente dopo che lo spettatore ha definitivamente letto il messaggio principale, della vita come gioco di prestigio. Tuttavia, il finale merita attenzione.

Franco Pecori

Print Friendly

22 dicembre 2006