La complessità del senso
24 09 2017

Sacro e profano

film_sacroeprofanoFilth and Wisdom
Madonna, 2008
Fotografia Tim Maurice Jones
Eugene Hutz, Holly Weston, Vicky McClure, Richard E. Grant, Inder Manocha, Elliot Levey, Francesca Kingdon, Clare Wilkie, Stephen Graham, Hannah Walters, Shobu Kapoor, Ade, Guy Henry, Nunzio Palmara, Tim Wallers, Olegar Fedorov, Luca Surguladze, Steve Allen.

Per definizione, l’arte pop (intesa al di qua del valore estetico) non può essere scandalosa. “Scandalosa”, se mai. Le virgolette racchiudono gran parte dell’attività artistica di Madonna. Non è però il caso di questo suo debutto nella regia cinematografica. Passato a Berlino nella sezione Panorama Special e fuori concorso a Torino, il film è antinomico solo nel titolo – non proprio centrata, per altro, la traduzione italiana, che alla lettera sarebbe: sozzura e saggezza – e nel filo dialettico del personaggio conduttore, A. K. (Hutz), il quale dall’inizio alla fine ci costringe a riflettere su una semplice ovvietà: il miscuglio di male e di bene e le ingannevoli parvenze di cui siamo rivestiti nell’agire quotidiano (lasciamo stare la sfera teoretica della morale perché dovremmo salire di molto e non è proprio il caso). Lontanissimo dal rendere l’idea tematica ogni tentativo di riassunto narrativo o di inquadramento metaforico delle tre figure principali. Il musicista punk-rock-gitano (Hutz è nato a Kiev da famiglia russo-ucraino-romena) che si guadagna la sopravvivenza, sua e della sua musica, con prestazioni sadomaso, la farmacista Juliette (McClure) che sogna di andare in Africa a curare i bambini affamati, la danzatrice classica Holly (Weston) che per pagare l’affitto cede alla lap dance, potrebbero vivere, ciascuno o tutti, in altri film, di genere diverso. E nemmeno il fatto che stiano qui può considerarsi esaustivo di un’attuale tipicità socio-antropologica. È vero che siamo a Londra e che Madonna vede Londra così. Non ci sarebbe altro da dire, se non fosse per l’attività predicatoria di A. K., i cui ammiccamenti verso lo spettatore generano, a intervalli regolari, le relative sequenze della «mistica impollinazione» – così si esprime il personaggio – che ci fa stare al mondo (non puoi andare in paradiso se non conosci l’inferno e via dicendo) più o meno contenti. Quanto al piano espressivo, la sostanza punk ha un’aria risaputa (la novità sarebbe che viene dall’Ucraina?) che non giova all’ipotesi di un riscatto formale. Si resta ad un’apprezzabile discrezione della musica e ad un montaggio svelto e disinvolto (alla retorica del senso ci pensa A. K.) che rendono il film relativamente distinguibile dalla montagna di tentativi indipendenti/underground visti e rivisti nei decenni passati, ai festival e nelle sale off.

Franco Pecori

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12 giugno 2009