La complessità del senso
25 09 2017

Un’estate ai Caraibi

film_unestateaicaraibiUn’estate ai Caraibi
Carlo Vanzina, 2009
Enrico Brignano, Carlo Buccirosso, Biagio Izzo, Martina Stella, Enrico Bertolino, Alena Seredova, Paolo Conticini, Paolo Ruffini, Sascha Zacharias, Jayde Nicole. E con Maurizio Mattioli. Partecipazione straordinaria di Luigi Proietti.

Episodi che hanno una loro autonomia (minima) e che si fondono in un unico flusso, in una commedia corale, recitata con appena sufficiente dignità dagli attori impegnati in una “gita” nell’isola di Antigua, ai Caraibi, un po’ per ridere e un po’ per non morir. Soffocati dalle loro stesse bugie, dall’ambiguità e dalla volgarità degli espedienti di vita, dalla confusione e indeterminatezza della loro morale (insomma l’eterno fantasma di Sordi che ritorna), dieci personaggi si guardano bene dal cercare l’Autore e preferiscono svolgere la parte che un piccolo mondo sembra aver assegnato loro. Astuzie, equivoci, strane combinazioni, “simpatiche” corruzioni, truffe “ingenue”, amori stuzzicarelli e indifferenti, mare trasparente e pieno di meduse, Berlusconi con il mal di denti, il palazzinaro romano, l’autista che si ribella alla schiavitù del tuttofare, donnine senza importanza che vanno e vengono col vento; persino un accenno di amoruccio semplice e non troppo impegnativo. E anche, per il più bravo (Proietti), una chicchetta culturale esagerata che dovrebbe far pensare a Chaplin (Il monello), con l’attore nei panni di un disgraziato rovinato dal gioco, il quale ad Antigua sodalizza truffaldinamente con un vispo bambino indossando perfino una tonaca da prete. Troppo tenera la coppia. Un film innocente, direbbe qualcuno. Sì, come altri film “estivi”, come altre istantanee “rubate” ai divi nelle loro ville, come altri programmi televisivi. Un aiutino per non pensare alla crisi, che è globale e perciò non ci tocca più di tanto, noi innocenti. C’erano una volta registi che con le “bugie” d’artista riuscivano a farsi dare dai produttori barche di soldi per i loro film d’autore (Fellini è il primo che ci viene in mente). Adesso ci sono registi che hanno completamente digerito l’idea del botteghino e la sbandierano ai quattro venti, non per mettere le mani avanti sulla qualità artistica del loro lavoro ma proprio per farne l’esplicita filosofia, la strategia trasparente. Così, anche il pubblico (il popolo, direbbe qualcuno) può sentirsi sollevato dall'”incubo” dell’arte e può finalmente rilassarsi in sala come fosse a casa propria davanti alla Tv. «La tendenza ad andare al cinema anche durante il periodo estivo potrebbe crescere», dice Vanzina. Sì, però pensate alla delusione del popolo del cinema quando si trovasse, per caso, nella proiezione estiva di un film d’autore, di quelli che piacciono a una certa critica. Mettiamo che, in pieno giugno o anche luglio, o agosto in vacanza, gli propinassero un Bergman vintage: non sarebbe un disastro per il botteghino? Ricordate quel “film istantaneo” del 1983, ora mitico, che lanciava il “Natale al cinema”? «Un filmetto? E perché no – scrivemmo recensendo Vacanze di Natale sul Paese Sera -, a patto che sia un modo simpatico per richiamare l’idea d’un genere di cinema senza pretese superartistiche, ma di fattura più che rispettabile, non occasionale». Di “vacanze” ne sono passate tante. Cosa resta di quegli anni ’80? Sia chiaro che il tema qui non è la “rispettabilità” della “fattura” di un film di Vanzina, anche di questo caraibico. È piuttosto in discussione la qualità della scelta strategica. Quale sarebbe il senso di un’estate al cinema? Il cinema non è bello e nobile di per sé.

Franco Pecori

Print Friendly

12 giugno 2009