La complessità del senso
25 09 2017

Ca$h

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Eric Besnard, 2008
Fotografia Gilles Henry
Jean Dujardin, Jean Reno, Valeria Golino, Alice Taglioni, François Berleand, Caroline Proust, Samir Guesmi, Cyril Couton, Eriq Ebouaney, Ciarán Hinds, Jocelyn Quivrin.

Sembra che un elegante e perseverante truffatore da Costa Azzurra (Dujardin) in cerca di polli da spennare s’innamori di una bella ragazza (Taglioni) e, tutto timido, si appresti a chiederla in sposa al papà (Reno), elegante pure lui, tutto vestito di bianco, pizzetto e occhiali, imponente figura. Sembra. E sembra anche che un’ispettrice Europol dagli occhi irresistibili (Golino) stia per mettere fine alla catena di truffe. Sembra. Ma spunta qualcosa di più serio: una valigia di diamanti, altro che piccole truffe un po’ buffe. Suspence, azione, ma senza violenza, col sorriso sulla bocca come se la vita fosse un gioco. La vita, invece, è complicata, molto. Può stravolgere i destini di tutti (i personaggi) fin dentro i loro caratteri e le loro fisionomie. Il francese Besnard, già sceneggiatore di commedie come L’antitodo (Vincent de Brus, 2005) e di thriller fantascientifici come  Babylon A.D. (Mathieu Kassovitz, 2008),  chiede ai suoi “eroi” di divertirlo come quand’era ragazzo, appassionato di cinema. Dirige Dujardin e sogna Paul Newman. Lo vuole anche più “leggero”, meno esistenzialista. Cancella quasi completamente la Golino vera, le riduce drasticamente la capigliatura, la normalizza fino a farne restare la sola voce, inconfondibile. Riduce a massima vaghezza Reno, incredibile “padre della sposa” quanto misterioso fantasma della furbizia. Nessun personaggio è credibile alla vista degli altri e ciascuno finisce per credere poco perfino a se stesso, sembra. Mare blu, scene di lusso estivo, sequenze intrecciate col computer che le rende grafiche, sintetiche rispetto alla linea del racconto. Lo svolgimento prende improvvise accelerazioni riducendo i passaggi-chiave a finestre da sfogliare in fretta, seguendo l’ansia di arrivare al gran finale. Beffa in chiusura, ovvio, c’è da aspettarselo. L’intrigo infinito contrasta bene col tono patinato e un po’ snob, che giustifica una sorta di pulizia del Male in nome della gradevolezza dell’Intelligenza. Perfettamente francese.

Franco Pecori

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5 giugno 2009