La complessità del senso
16 12 2017

Uomini che odiano le donne

film_uominicheodianoledonneMän som hatar kvinnor
Niels Arden Oplev, 2009
Fotografia Eric Kress
Michael Nyqvist, Noomi Rapace, Lena Endre, Peter Haber, Sven-Bertil Taube, Peter Andersson, Marika Lagercrantz, Ingvar Hirdwall, Björn Granath, Ewa Fröling, Per Oscarsson, David Dencik, Georgi Staykov, Tomas Köhler, Gunnel Lindblom.

Circolano best sellers. Con tutto il loro peso di migliaia di pagine e di milioni di copie vendute, si schiantano sugli schermi pretendendo che anche il film piaccia, venda. Cosa vende il romanzo di Stieg Larsson, giornalista svedese che non ha fatto in tempo a godersi il successo della sua enorme trilogia gialla, Millennium, di cui il danese Oplev (Portland, in concorso a Berlino 1996) ha ora cinematografato il primo tomo? La merce è appetibile dal basso. A livello di referendum toccherebbe il 98% circa. Come sono i nazisti? Cattivi. Ce ne sono ancora? Sì, qualche anziano residuo è scovabile osservando le foto di gruppo di famiglie importanti, anche non tedesche. Svedesi, per esempio. Meglio se la famiglia è da sempre stata negli affari ed è finanziariamente potente. Affari e umanità (umanesimo) fanno a cazzotti da sempre nell’immaginario globale. Quindi, a scavar bene, si troverà del marcio. Per esempio, elementi grevi di sadismo assassino contro le donne. Non tutte le donne, solo qualche ragazza dal nome ebraico. Chi scaverà? Mikael Blomkvist (Nykvist), un giornalista sfortunato, direttore della rivista Millennium, il quale ha perso la causa per diffamazione intentatagli dai potenti da lui attaccati con un’inchiesta. Mikael tra sei mesi dovrà andare in prigione. Intanto è accettabile, pensa, l’incarico strapagato propostogli dal vecchio industriale Henrik Vanger. Prima di morire, l’ottantenne patriarca vuole finalmente scoprire che fine abbia fatto la sua amatissima nipote Harriet, scomparsa improvvisamente 40 anni fa. Cominciata la ricerca, Blomkvist si ricorda che forse Harriet è stata niente meno che la sua babysitter. Insomma la “riconosce” nelle foto. E però non è un segugio di professione, si sta appena adattando al ruolo. Meno male che, combinazione, entra nel gioco investigativo Lisbeth Salander (Rapace) una ragazza piena di piercing in faccia e tatuaggi sulla schiena, capelli corti e scombinati, insomma una punk. Caratteraccio scontroso ma abilissima a ficcanasare nei computer altrui, la giovane hacker apre una serie di porte con la sua infallibile chiave elettronica. Ad ogni sua mossa, facciamo un balzo decisivo nello sdipanamento del gomitolo. La sua figura è pure adatta a sequenze di violenza sessuale. Chi gliela impone? Un tutore assatanato che pretende prestazioni da lei. Scommettiamo che sarete del tutto contrari allo schifoso comportamento della bestia umana? Ondeggiando da una sequenza all’altra come in un mare agitato e privo di orizzonte, cominciamo tuttavia a intuire che al fondo della faccenda non dev’esservi propriamente un vero amore del nonno per la sua nipotina. Consapevole della crescente coscienza dello spettatore, l’accorto regista spalanca la voragine della normalizzazione e con lui precipitiamo, “felici”, nel baratro finale della normalità. Non azzardiamo qui inutili rivelazioni. Basterà sapere che, come dice argutamente uno della famiglia, «Tutti abbiamo dei segreti». Quanto a denuncia sull’ “odio” verso le donne, s’è visto di meglio proprio dalla Svezia. Racconti da Stoccolma, per esempio (Anders Nilsson, 2006 – uscito da noi nel 2008).

Franco Pecori

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29 maggio 2009