La complessità del senso
20 11 2017

Antichrist

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Lars von Trier, 2009
Fotografia Anthony Dod Mantle  
Willem Dafoe, Charlotte Gainsbourg
Cannes 2009, concorso. Efa 2009, Anthony Dod  Mantle foto.

Abbiamo letto di un horror «malato». E invece un horror sarebbe “sano” quando? Il problema è sempre l’arte, che sotto-sotto non si vuol riconoscere al cinema come suo diritto espressivo. Antichrist non è il miglior film di von Trier, è forse anche il meno riuscito. Però certe reazioni drastiche, o le risate in platea nelle proiezioni per la stampa, per esempio al festival di Cannes, sono un’altra cosa dalla critica. C’è stato anche chi se l’è presa con la psiche dell’autore, quando invece è risaputo che indagare sulle ragioni psicologiche del regista comporta gravi rischi di impertinenza e deviazioni dal problema del rapporto tra oggetto (il film) e spettatore. Un horror può fare ridere, certo. E però, certe risate non le abbiamo notate per altrettanti film in cui l’orrore delle mutilazioni e anche delle motivazioni non era da meno rispetto a quest’ultimo lavoro dell’ex “dogmatico” von Trier (le sue regole del Dogma, per un cinema “immediato” e senza finzioni, risalgono al lontano 1995). È vero che qui il regista danese si diverte anche un po’ sfacciatamente a caricare la scena di rallenty melodrammatici e di “apparizioni” simboliche di stampo letterario. Ma non possiamo credere che l’autore di film ultraosannati come Dancer in the dark (Palma d’oro 2000) e Dogville non se ne sia accorto. Il dramma di una madre e moglie (Gainsbourg, brava) e di un marito (Dafoe), colpiti dalla morte del figlioletto sfuggito al loro controllo mentre erano intenti a consumare un focoso rapporto sessuale, sviluppa una serie di azioni e reazioni a catena che sfuggono all’analisi del marito terapeuta, fino alla confusione “culturale” tra psicoanalisi e stregoneria, tra natura e ragione, tra dolore e pena. L’idea del marito di portare la moglie a elaborare il dolore nella casa in mezzo al bosco dove la donna, in assenza del marito, era già stata col suo piccolo per scrivere la tesi di laurea sulla persecuzione delle streghe nel Medioevo, si rivela tutt’altro che risolutiva. Mentre si chiarisce che, in fondo, il motivo dei turbamenti della donna non è complicato – poteva salvare suo figlio, lo ha visto dirigersi perisolosamente verso la finestra ed ha “preferito” restare abbracciata nell’amplesso -, il marito scivola egli stesso verso forme di oscurità e di dubbio che contrastano con la sua competenza psicologica. Quando le scene si fanno più ardite – ma senza che il regista dia l’impressione di crederci (come invece fanno molti autori di “vero” horror, ossia di genere non ambiguo) – e la donna si lancia al massacro del suo uomo e di se stessa (mutilazioni e sangue), vien fatto di rimpiangere Freud, dato per morto dal terapeura “moderno”. Se questa può essere una chiave di lettura, anche un film meno riuscito può avere la sua funzione seria. Una cosa è sicura, dal “porno” siamo lontanissimi.

Franco Pecori

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22 maggio 2009