La complessità del senso
22 09 2017

Vincere

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Marco Bellocchio, 2008
Fotografia Daniele Ciprì
Giovanna Mezzogiorno, Filippo Timi, Fausto Russo Alesi, Michela Cescon, Pier Giorgio Bellocchio, Corrado Invernizzi, Paolo Pierobon, Bruno Cariello, Francesca Picozza, Simona Nobili, Vanessa Scalera, Giovanna Mori, Patrizia Bettini, Silvia Ferretti, Corinne Castelli, Fabrizio Costella.
Cannes 2009, in concorso.

No, Mussolini a giustificarsi da Vespa non lo vedremo. La storia è la storia. È passato tanto tempo, si sono riconosciute persino le ragioni repubblichine, quelle private del dittatore amante prolifico possono restare private. Magari un film, con qualche accorgimento, si può fare. Il regista ha utilizzato i materiali documentari d’epoca per rendere presente Mussolini non solo nella tragedia famigliare che lo ha riguardato e di cui ufficialmente il “popolo d’Italia” non si accorse. Il film è strutturato in funzione di una sinergia espressiva tra “realtà” e “finzione”. Il senso drammaturgico è giocato proprio sulla non semplice distinzione tra le due facce narrativa/stilistica, tenendo anche conto della maestria sui generis esibita dallo stesso Mussolini nella costruzione della propria immagine. Scostando il faccione del dittatore dal bianco dello schermo, vediamo che Bellocchio racconta il dramma di una donna, misconosciuta dall’uomo che ha amato alla follia e al quale ha dato, anche materialmente, tutto ciò che aveva. Ida Dalser (Giovanna Mezzogiorno straordinariamente brava) e suo figlio Benito Albino (bravo Timi, al quale è affidata anche la parte di Mussolini giovane socialista) vengono violentati dal loro destino. Mussolini ha sposato Rachele, tutto il resto deve restare privato per il bene della nazione e del fascismo. Riguardo all’oggi, il film non rimanda esplicitamente. Del resto, Bellocchio non è regista di film-messaggio. Anche quando si è occupato in maniera diretta di fatti politici come il sequestro Moro (Buongiorno, notte) ha puntato comunque ad un’interpretazione interna, interiore, analitica. Certo l’attualità è chiave sempre utilizzabile, se si vuole, su qualunque testo. Qui ci parrebbe interessante il possibile confronto complessivo tra due diversi momenti della visione morale, tra il tempo in cui il valore politico (dei soldi) si traduceva in una metafora molto rigida per quanto traslata (tutto il sistema di “valori” che sottostò all’evoluzione del fascismo nelle sue forme di vita anche spicciola) e il tempo presente, in cui il sistema morale viene, inversamente, proiettato su un “progressismo” funzionalista, che tende ad adattare i “valori” a certi risultati materiali. E sono questi ultimi a prendere forma metaforica. Detto ciò, libertà completa (e ovvia) di appassionarsi alla vicenda di Ida, figura di donna leggibile anche in chiave modernissima, donna capace di trasmettere fino alla nostra generazione il senso di una lotta da combattere seguendo, invece delle vecchie e catastrofiche strategie ideologiche, l’umano e femminile impulso al riscatto della verità dei sentimenti e delle passioni. Quanto all’estetica, che ormai non è – come già noto a qualcuno – la “filosofia del Bello” – il film ondeggia tra una prima, sentita istanza di verità ravvicinata, di zoom delle sensazioni e dei sentimenti, dove la Storia è come messa tra parentesi per lasciare il primo piano alle pulsioni amorose (soprattutto di Ida), e una successiva, più evidente esibizione metodologica della ricerca (i documenti Luce sempre più insistiti). Vincere non perde però la sua carica espressiva. Bellocchio si affida al montaggio creativo di Francesca Calvelli e alle musiche di Carlo Crivelli (raramente si apprezza al cinema una musica produttiva di senso) per scandire con freddezza implacabile e insieme con una successione continua di invenzioni poetiche le fasi del dramma, privato e storico. La fotografia di Daniele Ciprì va ben oltre lo scenarismo d’ambiente, definendo nella tessitura dialettica i dettagli di un chiaroscuro inclusivo ed emozionante. La messa in scena sfugge al realismo narrativo per costruire quadri di una metafora intensa e più che istruttiva. Nel complesso, Bellocchio riesce a farci arrivare una sensazione di netta ripulsa per il fascismo, quale non si è provata in tanti film più esplicitamente politici.

Franco Pecori

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20 maggio 2009