La complessità del senso
23 09 2017

State of play

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Kevin MacDonald, 2009
Fotografia Rodrigo Prieto
Russell Crowe, Ben Affleck, Rachel McAdams, Helen Mirren, Robin Wright Penn, Jason Bateman, Jeff Daniels, Michael Berresse, Harry Lennix, Josh Mostel, Michael Weston.

Quanti sono i giornalisti che “alzano il culo” e vanno sul campo per un’inchiesta “pericolosa”? E quanti sono i cittadini che possono vivere sicuri della buona fede dei servizi segreti del proprio paese? O che sanno con chiarezza a chi vanno i vantaggi delle guerre sostenute e controllate dalla Difesa? Domande non nuove, stereotipe addirittura. Ma è spesso nel consueto che si annida un senso in più, qualche volta decisivo per comprendere le cose, lo stato in cui sono, i ruoli nel gioco degli eventi, il peso dei parametri di giudizio a cui riferirsi dai diversi punti di vista. Questo nella realtà. Il problema si complica ancor più quando siamo nella finzione. L’influenza del cinema e delle comunicazioni di massa non è tanto nei contenuti intesi nella loro forma quanto piuttosto intesi nella loro sostanza. E d’altra parte, la trasmissione dei modelli di comportamento avviene sul piano “inferiore” dell’espressione, intesa nelle sue ricorrenze più frequenti, apparentemente meno incisive, meno dominanti. Insomma, quasi mai il messaggio del film, il più importante, il più informativo, il più ricco di senso, è rintracciabile al primo livello interpretativo. Lo scozzese MacDonald, mentre in superficie, anche sotto specie espressiva, carica il film di connotazioni “documentarie” facendoci partecipi di “cronache” di vita vissuta – vita di giornalisti, di politici, di killer (il primo omicidio lo vediamo proprio all’avvio e ne vediamo pure in faccia l’autore) – apre via via nella narrazione spiragli tematici al di là dei “fatti”. Progressivamente siamo coinvolti in un complesso intrigo di giornalismo, politica, affari, amicizia, amore. E man mano, le diverse chiavi del thriller si sovrappongono, si fondono, si sostituiscono l’un l’altra, portandoci non più soltanto a seguire gli eventi per intuirne la soluzione ma soprattutto a riflettere sulla qualità dei personaggi, qualità “umana”, culturale. Russell Crowe, sempre più specializzato in ruoli di complessa definizione (Nessuna verità, American gangster), è nei panni del reporter Cal McCaffrey, del Washington Globe. Deve rispondere alla direttrice Cameron Lynne (Helen Mirren), per la quale «i bravi giornalisti non hanno amici ma solo fonti». Cal un amico lo ha e ne conosce bene anche la moglie Anne (Robin Wright Penn). Però da qualche tempo, essendo successe delle cose non chiare, Stephen Collins (Ben Affleck) si è un po’ allontanato da Cal. L’occasione in cui il giornalista ritrova l’amico è alquanto imbarazzante. Stephen è un politico con “le mani in pasta”, chiamato a controllare possibili deviazioni affaristiche (milioni di dollari in ballo) relative ai rapporti della Difesa con il mondo delle società paramilitari private – l’orizzonte si allarga fino all’Afghanistan. Nel bel mezzo dei lavori arriva la notizia che la più stretta collaboratrice di Collins è stata assassinata. Non ci vuole molto a scoprire che la donna era divenuta l’amante del suo capo. Qui è il nodo in cui il senso della vicenda si allarga e si offre a letture che possono andare al di là degli stereotipi d’osservanza. E ciò proprio perché è lo stesso gioco degli stereotipi a farsi quasi personaggio, interprete delle ragioni intrinseche al sistema massmediologico. Per rafforzare un certo aspetto conflittuale interno alla tematica, The Washington Globe è colto in un momento di crisi delle vendite e di passaggio dal vecchio giornalismo d’inchiesta al giornalismo elettronico, praticato dai blogger in Internet; e dunque la direttrice spinge il reporter più esperto a lavorare insieme alla giovane Della Frye (Rachel McDadams), più portata all’uso del computer. Occorre una drastica riduzione della vicenda in forma di gossip: il politico, l’amante segreta, l’omicidio, la probabile interruzione di una brillante carriera. Il “privato”, la sostanza umana dei fatti e dei personaggi devono passare in sottordine, triturati nello stereotipo. Ed è a questo livello che si coglie meglio la bravura del regista nell’articolare i contrasti tra istanze generali, politiche, e relative, individuali. Tensioni verso la “verità” e verso il successo vanno a confluire in un incrocio culturale intriso di storia. Il problema della falsa opposizione “articolo/indagine” si spiega per forza di cose nel suo continuo e “infinito” risolversi ai successivi e intrecciati gradi del vivere che ciascuno sperimenta quotidianamente – non solo da giornalista o da scrittore, ma da “narratore” della propria vita, indagata e rivissuta ad ogni momento seguendo l’istanza della coscienza. Il bello è che il film non perde la sua quota di suspence, pur mantenendo un sobrio equilibrio tra sfumature “gialle” e momenti di azione. Per ovvie ragioni non possiamo entrare nei particolari, ma diciamo che MacDonald è riuscito non solo a condensare in 125 minuti le sei ore della miniserie televisiva Bbc da cui viene il soggetto, ma ha trasformato il teleracconto in un film. A pari merito, l’importante lavoro degli attori e la cura scenografica degli ambienti (Mark  Friedberg), fotografati da Rodrigo Prieto ciascuno con ottica specificamente dedicata.

Franco Pecori

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30 aprile 2009