La complessità del senso
18 12 2017

Tulpan

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Sergey Dvortsevoy, 2005
Fotografia Jolanta  Dylewska
Askhat Kuchencherekov, Samal Esljamova, Ondas Besikbasov, Tulepbergen Baisakalov, Bereke Turganbayev, Nurzhigit Zhapabayev, Mahabbat Turganbayeva, Amangeldi Nurzhanbayev, Tazhyban Kalykulova, Zhappas Zhailaubaev, Esentai Tulendiev.
Cannes 2008, Un certain regard: film.

Dopo il bel documentario di Byambasuren Davaa e Luigi Falorni (La storia del cammello che piange, candidato all’Oscar 2005), dopo Il matrimonio di Tuya, forzato e doloroso, del cinese Quan’an Wang (Orso d’oro a Berlino 2007); e dopo il Genghis Khan di Sergei Bodrov (Mongol, 2007), questo “matrimonio” rifiutato da Tulpan al marinaio kazako Asa (Kucinnchirekov) tornato tra i pastori nomadi dopo il servizio militare, sembra chiudere un curioso e interessante viaggio nella sterminata Mongolia e nelle regioni attigue. Ondas (Besikbasov), marito di Samal (Esljamova), sorella di Asa, accoglie con durezza il giovane non ancora iniziato alla cura del gregge: la condizione perché Asa possa considerarsi della famiglia è che prenda moglie. Purtroppo, l’unica ragazza disponibile, Tulpan, si nasconde (non la vediamo mai) e non accetta il pretendente a causa delle sue orecchie troppo larghe. La commedia (con elementi seri, documentari e anche drammatici) si svolge nella polvere della steppa, tra le pecore e sotto la tenda dove vivono Samal, Ondas e i loro due figli. La civiltà moderna s’intuisce soltanto, rappresentata dal trattore sobbalzante di un altro giovane che va e viene dalla città, la lontananza della quale è proprio il cuore del film, del suo senso culturale.  Ancor più che nei titoli succitati, dove tra antichità e attualità si poteva misurare una distanza prospettica, un’armonia consequenziale, Tulpan è intriso di un’ansia e di un’inquietudine che sfiorano il dramma. Asa, mentre vorrebbe reintegrarsi nella pastorizia, è continuamente tentato di fuggire in città e tuffarsi nella vita che il periodo da marinaio gli ha fatto intravedere. Ma il passo si dimostra – e soprattutto s’immagina – troppo lungo, tanto che, soffrendo l’inesperienza e superando persino il disgusto del contatto con gli animali (catartico, a suo modo, è il parto difficile della pecora “smarrita” che il ragazzo si ferma ad aiutare quando egli già sembrava aver dato l’addio alla steppa), Asa desiste, si “convince” a rimanere. Quel viaggio forse troppo lungo è forse anche un ritorno, un rientro, o magari ancora una sosta, prima che la “città” arrivi a trasformare perfino la steppa. Un gregge e la Tv satellitare – 900 canali! promette ad Asa il suo amico sbarazzino – saranno presto conciliabili anche là nell’infinita tempesta di polvere. O forse non presto o non così direttamente. Conosciuto in Europa per i suoi corti e mediometraggi, Sergey Dvortsevoy, kazako 47enne, è qui al suo primo film lungo. L’impressione, buona, è che il contatto con la “realtà semplice” rappresentata si traduca in poesia senza bisogno di artifici o “aggiornamenti” tecnici, effetti o simili. Il regista coglie la magia del cinema nel suo stadio, per così dire, nascente, primitivo. Con risultati non primitivi.

Franco Pecori

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24 aprile 2009