La complessità del senso
18 10 2017

Questione di cuore

film_questionedicuoreQuestione di cuore
Francesca Archibugi, 2008
Fotografia Fabio Zamarion
Antonio Albanese, Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti, Francesca Inaudi, Chiara Noschese, Andrea Calligari, Nelsi Xhemalaj, Paolo Villaggio, Francesca Antonelli, Carlo Verdone.

Il “cuore”, cioè un certo modo di fare attenzione e di dare valore ai sentimenti, è stato nel cinema di Francesca Archibugi, fin dagli inizi – Mignon è partita (1988) Verso sera (1989) e fino a Lezioni di Volo (2006), il filo di sostanza umana dei personaggi e delle loro storie. Anche qui il tocco resta delicato e si può apprezzare la capacità di cogliere dal “misto” del mondo circostante il segno di una sensibilità non rinunciataria, persino rischiosa. Si parte dal cuore inteso come malattia di cuore, l’infarto, e si arriva ad una configurazione di una metafora complessa, realistica e surreale, tutta incarnata nei destini scenici di Alberto (Albanese) e di Angelo (Rossi Stuart). Il primo risponde meglio al ruolo di scrittore per il cinema, sceneggiatore un po’ in crisi, svogliato e spaesato a Roma (ha un accento del nord) eppure vivo e focoso, se si accende di curiosità – un Albanese così autentico che in certi momenti sembra voglia uscir fuori dallo schermo; il secondo, romano, carrozziere e meccanico che “mette da parte”, froda il fisco, compra case, costruisce famiglia, giovane ardente con la moglie incinta (Ramazzotti brava, “semplice” e intelligente) ma di carattere malinconico e riflessivo, si lascia un po’ andare nell’appoggio della recitazione (lo faceva anche Nino Manfredi, a volte), approfittando proprio del mal di cuore che, lo sa, gli lascia poco da vivere. I due sono capitati l’uno accanto all’altro all’ospedale per via dell’infarto. Hanno chiacchierato, hanno avuto voglia di conoscersi meglio. Per Angelo, Alberto rappresenta un mondo ancora da scoprire, dove ci si può guadagnare la vita senza sporcarsi le mani di grasso, e nello stesso tempo il meccanico avverte dentro di sé una specie di dubbio: vuoi vedere che lo scrittore divertente, affermato, spiritoso, ha un sacco di problemi pure lui? Rovescio della medaglia: Alberto sente che è arrivato il momento della concretezza e che quel suo istinto di osservazione con cui va avanti a scrivere storie deve forse provare a indirizzarlo verso la propria vita, non più soltanto immaginata. È un incrocio che si capisce bene e che Archibugi riesce a mantenere fuori dallo schema. Personaggi e dettagli si armonizzano in forma di commedia lasciando appena intravedere, come dev’essere nella commedia, risvolti esistenziali impegnativi. Tutto questo va ottimamente nella zona centrale del film, che purtroppo non è un film perfetto per via dell’avvio esageratamente lungo nella “presentazione” di personaggi e situazioni e nei richiami ambientali, con un’eccessiva preoccupazione di dire tutto, di spiegare tutto (come in Tv?); e per via del tratto finale, dove il morbido andamento della “conclusione” risulta ridondante rispetto a ciò che si era già intuito. La sostanza del lavoro resta comunque apprezzabile per la tendenza ad arricchire il senso, andando oltre il suggerimento primario, un po’ ovvio, del “rinascere a nuova vita” e simili. Nel rapporto di Alberto e Angelo la regista sa cogliere pezzi di realtà che riguardano i due personaggi e che rappresentano anche un contesto vivente, amorevolmente indagato, ripescato dalla confusa stratificazione dell’attuale. Per esempio Roma. In Questione di cuore c’è una Roma non smemorata, che non è dato vedere nel cinema dei nostri anni. Il discorso vale pure, in un tutt’uno, per la conduzione degli attori, guidati per mano e insieme liberi di trovare la propria autenticità, cosa rarissima di questi tempi. E non vale solo per i protagonisti. Basti vedere i ruoli di Francesca Inaudi (Carla, la donna che sa lasciare “libero” Alberto) o di Chiara Noschese (Loredana, la caposala in ospedale) e le apparizioni di Villaggio e Verdone, curate come fossero da primo piano.

Franco Pecori

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17 aprile 2009