La complessità del senso
26 09 2017

Focaccia Blues

film_focacciablues1Focaccia Blues
Nico Cirasola, 2008
Fotgrafia Rocco Marra
Dante Marmone, Luca Cirasola, Tiziana Schivarelli, Lino Banfi, Renzo Arbore, Michele Placido, Nichi Vendola, Onofrio Pepe, Eric Jozsef.

Tratto da una storia vera? Ma sì, uno in più o uno in meno! La realtà va di moda al cinema (Bova poliziotto, operaie assassine del padrone, mostri in mezzo a noi, assedio delle mafie, diversi non si sa da chi, studenti che fanno l’onda) e alla Tv (reality e molto altro), peccato le virgolette, che anche se non le vedete ci sono – a meno che non crediate all’obbiettività dell’obbiettivo (e allora consideratevi inguaribili). Certo non è detto che la “realtà” sia di per sé una brutta cosa, ma dipende dalla qualità artistica e, prima ancora, dalla coerenza tra intenti e pertinenze di linguaggio (e di che altro?) rispetto al contenuto (forma e sostanza del). Tutto questo discorso per un “filmetto” rapido e disinvolto? Proprio qui è il punto. Il referente della focaccia è nientemeno che la globalizzazione, tema pesantissimo e universale per suo conto. Humor e ironia non mancano nei raccontini che Cirasola lega per mettere insieme il discorso. A volte vediamo cose risapute (gli antichi mestieri che vanno a morire, i sapori tradizionali che tentano di non sfuggire al gusto) ma riportate con garbo e senza lungaggini come si dovrebbe fare per ogni buon servizio giornalistico televisivo, altre volte dobbiamo perdonare accentuazioni di senso al limite del dilettantesco (la presenza “western” dell’inquietante Manuel con la sua fuoriserie gialla). Siamo ad Altamura (Bari), paradiso del buon pane e della focaccia. Nove anni or sono il prezioso pane casereccio giganteggiò, a sorpresa, sul colosso del fast food americano McDonald’s. A sorpresa? Non tanto, stando alle testimonianze della gente raccolte dal regista: la piccola panetteria lì accanto tolse in pochi mesi tutti i clienti al gigantesco locale pieno di hamburger e di luci colorate. Ora quella realtà diviene “realtà” in un film. Niente di male, però la sproporzione – ecco il punto – tra tema pesantissimo e soluzione molto leggera (c’è persino un siparietto con Banfi e Arbore che disputano in cucina tra fungo cardoncello e lampascione, Bari contro Foggia) blocca il film sul filo di un “equilibrio” forse un po’ furbo: restare alla culinaria per ridere o rilanciare seriamente la sfida dello slow food accettando i rischi (quali?) dell’inimicizia multinazionale. Equilibrio che funziona ancor meno nel temino analogico della sala cinematografica d’essai (una sorta di focaccia del cinema), condotta non si sa perché da Vendola e col proiezionista che bacia la pellicola interpretato da Placido. Avremmo visto meglio personaggi presi dalla “realtà” come per la focaccia. In ogni caso, nei panni del proiezionista abbiamo immaginato, per contrappasso, quel Banfi il quale, protagonista nel 2008 de L’allenatore nel pallone 2, ebbe a dire: «Non è un film d’arte, ma preferisco incassare». Comunque, quando la disputa Banfi-Arbore finisce poi in musica, con i due che si sfidano nel cantare la canzoncina in forma di blues, si ha l’impressione che il Blues venga coinvolto a propria insaputa. E non se lo merita. Certe situazioni, storicamente, non gli appartengono.

Franco Pecori

Print Friendly

17 aprile 2009