La complessità del senso
23 11 2017

Che – L’argentino

film_chelargentinoThe Argentine
Steven Soderbergh, 2008
Fotografia Steven Soderbergh
Benicio Del Toro, Demian Bichir, Santiago Cabrera, Elvira Minguez, Jorge Perugorrìa, Edgar Ramirez, Armando Riesco, Catalina Sandino Moreno, Rodrigo Santoro, Unax Ugalde, Yul Vazquez.
Cannes 2008: Benicio Del Toro at.

Cuba, 1952. Il generale Fulgencio Batista con un colpo di stato instaura la dittatura. Nel 1955 l’argentino Ernesto Guevara, nato il 14 giugno 1928 a Rosario, conosce Fidel Castro. Nel gennaio 1959 L’Avana è nelle mani dei rivoluzionari. Il Comandante Guevara è lì. È stata una marcia lunga e faticosa e la rivoluzione è appena cominciata. Ma non staremo a raccontare in poche righe la storia di Guevara. Coloro i quali vorranno potranno ricordarsela e verificarne, se mai, i contenuti con quelli di questo lavoro di Soderbergh, prima parte di un film che, diviso in due (la seconda parte, Che – Guerriglia, esce in Italia il 1° maggio) racconta  l’ascesa del Che, continuando in un certo modo il film del brasiliano Walter Salles, I diari della motocicletta (2003). In modo molto diverso, però. Il film del 2003 raccontava di un Guevara giovane, romantico, alla scoperta dell’America Latina. Il georgiano Soderbergh (Sesso bugie e videotape, Out of Sight, Full Frontal, Ocean’s Twelve, Bubble) si è sempre mosso nella stanza dell’ovvio, sottilmente vietata ai non-snob. Nel suo spazio estetico, arte e genere si rincorrono come attorno ad un tavolo, in un gioco che ha l’aria di non finire mai. A quattro decenni dalla morte dell’eroe, la stratificazione mitologica accumulatasi sulla figura del Che meritava forse un approccio più coraggioso, almeno nella forma espressiva. Bravo Del Toro (premiato a Cannes) nell’immedesimazione – il momento più efficace è quello che ci mostra l’aspetto fisico del Che cambiare in maniera vistosa e divenire più “riconoscibile” rispetto all’iconografia che ha nutrito l’immaginazione di diverse generazioni di giovani -, ma il personaggio non suscita domande sulla sua sostanza storica. La ragione di ciò è in buona parte dovuta alla difficoltà, che si concretizzi in un film, di un vero confronto tra storia e cinema. La storia è insidiata, nel film, dalla trappola della “verità” insita nel cinema (l’ “obbiettività dell’obbiettivo”). Il genere storico è sempre un problema. Guardando quindi soltanto alla verità intrinseca del film, occorre andare oltre le interpunzioni didascaliche, che pure ci sono anche vistose. E allora, ci troveremo in un flusso narrativo in cui l’azione è il personaggio principale. Se ricordate Tambuti lontani (Raoul Walsh, 1951), l’impressione è che la distanza di quel racconto dalla storia degli indiani e del contrabbando di armi non sia, sostituito Gary Cooper con Benicio Del Toro, tanto diversa da quella  tra la rivoluzione cubana e il faticoso procedere del Che verso L’Avana. Non che vi siano errori storici, è che l’attenzione è attratta dal procedere dell’azione, senza significativi sussulti, e lo spettatore non è mai “disturbato” da altre fatiche.

Franco Pecori

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10 aprile 2009