La complessità del senso
26 09 2017

Gli amici del bar Margherita

film_gliamicidelbarmargheritaGli amici del bar Margherita
Pupi Avati, 2008
Fotografia Pasquale Rachini
Diego Abatantuono, Laura Chiatti, Fabio De Luigi, Luigi Lo Cascio, Neri Marcorè, Luisa Ranieri, Pierpaolo Zizzi, Claudio Botosso, Gianni Ippoliti, Gianni Cavina, Katia Ricciarelli, Niki Giustini, Bob Messini, Caterina Sylos Labini, Maria Pia Timo, Gianni Fantoni, Lucia Modugno.

Anziché tuffarsi nella realtà, che non può esistere – nel cinema come in ogni forma espressiva -, restandone irrimediabilmente prigioniero come accade ai registi che confondono la lezione del Neorealismo con i servizi giornalistici per la Tv, Avati attinge alla memoria, restituendoci poeticamente un “come eravamo” a metà degli anni Cinquanta. Lo sguardo è circoscritto ad una situazione ben delimitata e anche perciò perfino più indicativa di una visione della vita, del mondo, appartenuta alle generazioni di allora e che può insegnare molto a quelle attuali. Se poi il racconto sia autobiografico, non importa più di tanto. Specie a partire da La seconda notte di nozze (2003) fino a Il papà di Giovanna (2008), l’autore ha via via confermato un dominio estetico sulla propria materia risolto in esiti artistici progressivamente concentrati, rifiniti, compiuti. Lo stile è sommesso, copre uno spazio che va dalla commedia al dramma, traducendo una scrittura che sa di diario eppure non riduce lo spettatore a voyer. In particolare gli amici del bar Margherita sono raccontati in modo che resta impossibile allo spettatore distrarsi dalla voce narrante, cioè dalla scrittura che guida, suggerisce, sceglie le immagini e il loro montaggio. Ed è proprio la qualità letteraria del racconto a rendere impossibile la semplificazione in “episodi”. Gli amici di Avati non sono gli amici del bar ma gli amici di quel bar. E in quel bar vive una comunità di “disturbati”, che si nutrono di fissazioni e in questo modo “denunciano” la distanza dalla società, dalla comunità che essi considerano altra e dalla quale si difendono con una serie di regole interne da rispettare alla lettera, pena l’espulsione. In questo senso, i “ricordi” di Avati (più I vitelloni che Amarcord) liberano una “cattiveria” che, estranea al conformismo della più recente commedia italiana, valorizza il film anche sul versante drammatico. Non ci dilunghiamo quindi nella descrizione dei singoli personaggi (attori tutti bravi), rischieremmo di azzerare la funzione espressiva della componente letteraria.

Franco Pecori

Print Friendly

3 aprile 2009