La complessità del senso
20 11 2017

Fortapàsc

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Marco Risi, 2008
Fotografia Marco Onorato
Libero De Rienzo, Valentina Lodovini, Michele Riondino, Massimiliano Gallo, Ernesto Mahieux, Salvatore Cantalupo, Gigio Morra, Gianfranco Gallo, Antonio Buonomo., Ennio Fantastichini,, Duccio Camerini, Renato Carpentieri, Gianfelice Imparato, Daniele Pecci, Ivano Marescotti, Roberto Calabrese, Maria Lauria, Marcello Mazzarella, Tony Laudadio, Raffaele Vassallo, Ettore Massa.

I mostri del nostro tempo sono tutt’altro che comici. Fanno paura. Se provi a raccontarli rischi la vita. E guai se pretendi, da giornalista, di non fare semplicemente l'”impiegato”, aspettando che le notizie arrivino da sole in redazione. Se ti muovi, se sei curioso e vai sul campo, è facile che trovi delle sorprese, brutte il più delle volte. Toccò così, a metà degli anni Ottanta (orribile decennio le cui tracce indecenti continuano a segnare il tempo attuale), a Giancarlo Siani, ucciso dai camorristi mentre da “abusivo” stava per passare “praticante” al Mattino di Napoli. Aveva 26 anni, amava – come si dice – la vita e non ebbe paura del proprio mestiere. Marco Risi, autore di film di impegno civile (Soldati, 365 all’alba, Mery per sempre, Ragazzi fuori, Il muro di gomma), torna dopo una pausa nella commedia (L’ultimo Capodanno, Tre mogli) a zoomare sulla realtà italiana, raccontando le intrusioni della malavita organizzata al Sud, nel post-terremoto del 1980, in Campania e in Basilicata. Il titolo stesso del suo ultimo lavoro dice che si tratta di qualcosa di più del racconto della fine drammatica di un giornalista. È che certe condizioni di malavita sociale e politica implicano uno sguardo allargato e sono attive: viviamo tuttora, dice il film, assediati da quanti pretendono di imporci le loro regole criminali. Libero De Rienzo (La vita degli angeli, Santa Maradona, A/R andata+ritorno, Milano Palermo – Il ritorno) interpreta con convincente immedesimazione il ruolo di Siani, agevolato dalla capacità di Risi di far vivere attorno al protagonista una verosimiglianza complessiva, d’ambiente e di personaggi, il che non è poco in un film di denuncia. Il fatto che l’accaduto di più di due decenni fa sia ancora rapportabile al presente (il precariato, per esempio, con i suoi pesanti condizionamenti che non riguardano soltanto il lavoro in sé) non toglie al film (sceneggiatura di Jim Carrington, Andrea Purgatori e dello stesso regista) il suo valore anche “soggettivo”. In altri termini, la tipicità non prevale sul realismo interno, l’opera si tiene in sé. Lo si capisce fin dalla prima sequenza. Siani in macchina sta tornando a casa. La radio trasmette una canzone di Vasco Rossi. Voce fuori campo di Giancarlo: «Certo, se avessi saputo che tra cinque minuti mi avrebbero ammazzato, forse non avrei ascoltato quella canzone». È un invito esplicito a stare attenti, a seguire il racconto mantenendo una distanza dall’emozione. Sappiamo già da quale fine è atteso il protagonista. Poi i camorristi entrano in scena con una “naturalezza” impressionante, che ci sorprende, abituati come siamo alle caratterizzazioni quasi sempre ridicole. Non meno incisiva la figura di Sasa (Mahieux), il caporedattore, l’altra faccia della medaglia. La lingua con cui si parla è il dialetto vero, il tono è autentico, i tempi (montaggio di Clelio Benevento) non sono stressati come si fa nel cinema dello pseudorealismo spettacolare. La “normalità” del crimine è espressa nel particolare quotidiano: «Napoli in vantaggio!», urla il radiocronista al gol di Maradona mentre per i vicoli di Torre Annunziata si svolge un’altra partita, una feroce carneficina. La metafora (e non è la sola) non si chiude, appena accennata si scioglie nell’ambiente e nella storia come una delle canzoni che contrappuntano la narrazione. Ad ogni sequenza l’azione non “monta”, il film resta freddo, dobbiamo seguire la ragione dei fatti. Senza didascalie, però. Vale di più il sorriso col quale Giancarlo accoglie la morte, in un finale provocatoriamente “dolce”. Con un fondo di amaro.

Franco Pecori

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27 marzo 2009