La complessità del senso
17 10 2017

La matassa

film_lamatassaLa matassa
Salvatore Ficarra, Valentino Picone, Giambattista Avellino, 2009
Salvatore Ficarra, Valentino Picone, Pino Caruso, Claudio Gioè, Tuccio Musumeci, Domenico Centamore, Mario Pulella, Mariella Lo Giudice, Anna Safroncik, Maria De Biasi, Mary Cipolla.

«Tagliare i fili e buttare via la matassa». Il consiglio è di Don Gino (Caruso), il prete che, in scena, racconta la storia e fa la morale. I fili sono quelli delle ragioni di ciascuno: «si ingarbugliano e formano una matassa». Può risultare complicato, ma converrà semplificare se si vuol vivere in pace.  Farsa con morale. Il cabarettisti Ficarra & Picone, al terzo film (Nati stanchi, l’esordio del 2001) e alla seconda regia con Avellino (Il 7 e l’8, 2007), provano ad articolare un po’ di più il racconto, ma in sostanza sono i gesti decisamente giocati sul tipico a caratterizzare l’umorismo del duo. Si sfiora a tratti la comicità senza che esploda la risata. Vuol prevalere l’intento critico, della società e della mentalità siciliana in particolare (siamo a Catania), specie quando entra in gioco la mafia. Si sorride senza un attimo di tregua in una girandola di caratterizzazioni, in cui il pubblico può facilmente riconoscersi. Paolo (Picone) e Gaetano (Ficarra) sono due cugini che “ereditano” i contrasti dei rispettivi padri, aggrovigliando la matassa di equivoci e incomprensioni fino a renderla apparentemente inestricabile. Ma finirà bene, grazie ai buoni uffici di Don Gino e al buon carattere dei due protagonisti, i quali, l’uno timido e ingenuo e l’altro traffichino e furbastro, sono in fondo due bravi ragazzi. Il trucco dell’agenzia matrimoniale (matrimoni finti per “sistemare” giovani straniere) è descritto in modo tanto grottesto da risultare “perdonabile” e i mafiosi che pretendono il pizzo sulla gestione dell’albergo, ereditato da Paolo dopo la “lite” familiare durata decenni, sono così macchiettistici da meritare “indulgenza”. Nessun vero cattivo, solo tipi buffi come se ne incontrano tutti i giorni.

Franco Pecori

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13 marzo 2009