La complessità del senso
19 11 2017

Gran Torino

film_grantorinoGran Torino
Regia Clint Eastwood, 2008
Sceneggiatura Nick Schenk
Fotografia Tom Stern
Attori Clint Eastwood, Christopher Carley, Bee Vang, Ahney Her, Brian Haley, Geraldine Hughes, Dreama Walker, Brian Howe, John Carroll Lynch, William Hill, Brooke Chia Thao, Chee Thao, Choua Kue, Scott Reeves, Sonny Vue, Arthur Cartwright, Michael E. Kurowski, Conor Liam Callaghan.

Eastwood conferma: non è un paese per vecchi. Ultimo di una serie aperta nel 1992 (Gli spietati) e continuata con film progressivamente equilibrati nell’insistita e sofferta ambiguità (non è una parolaccia) del giudizio morale – da Debito di sangue (2002) a Mystic River (2003), da Million dollar baby (2004) alla doppia riflessione sulle opposte facce della battaglia contro i giapponesi (Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima, 2006), fino al più recente Changeling – questo ultramaturo Gran Torino suona come un drammatico, dolorosissimo testamento. Il regista/attore sembra giunto al culmine dell’identificazione con la propria maschera. Ruvido in volto, ormai “vecchio”, pesca con lucidità nella propria coscienza il dubbio della memoria, riflette sul passato (la guerra in Corea) che gli pesa come un macigno e vede nel presente l’orrore di un degrado che gli rende insopportabile la solitudine. A Walt Kowalski, rimasto vedovo (il film si apre col funerale della moglie), restano la Ford “Gran Torino” del 1972, che tiene lucidata e pronta in garage, la “ragazza” Desy (così chiama il suo cane inseparabile) e la scorta inesauribile di birre. D’attorno, una folla di “musi gialli” (sono quelli cacciati dal Vietnam dopo la dipartita degli americani), dai quali gli sembra di dover difendere il praticello della sua villetta, e bande di giovinastri che conoscono soltanto il linguaggio della tracotanza e della violenza. Nessuna amicizia, completa incomprensione con figli e nipoti. «Lei sa più della morte che della vita», gli dice spietato e inesperto il giovane prete. E della morte Kowalski sente su di sé sempre più la presenza quando il caso gli offre un rapporto umano, proprio con la gente hmong che abita accanto a lui. L’arroganza dei teppisti colpisce i vicini e la diffidenza si trasforma in solidarietà. Walt, il veterano solitaro, non sopporta che qualcuno spadroneggi impunemente. Indebolito dagli anni e dalla salute ormai malferma, il vecchio sente che la sua epoca è andata. Ma non fino al punto di non dover testimoniare con un ultimo gesto (finale a sorpresa) l’orgoglio di una morale finalmente rispettosa del diverso e contraria alla vendetta del “giustiziere” (ricordate Callaghan?). Nessuna grande scena. Dalle pieghe profonde della coscienza di un artista “vissuto”, un grande film in “minore”.

Franco Pecori

Print Friendly

13 marzo 2009