La complessità del senso
21 09 2017

Inland empire

film_inlandempire.jpgInland empire
David Lynch, 2006
Laura Dern, Jeremy Irons, Justin Theroux, Harry Dean Stanton, Peter J. Lucas, Karolina Gruszka, Jan Hencz, Krzysztof Majchrzak, Diane Ladd, Julia Ormond.

Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate? Non certo di “colore oscuro” più che le parole sulla porta dell’Inferno dantesco -eppure, di là l’impossibilità d’uscire era certa -, questo “giallo” di Lynch è tra i film meno chiari della storia del cinema. Non saremo noi, che amiamo il Don Giovanni di Bene e l’Othon di Straub, a lamentarci della “difficoltà” di lettura. Ma qui la difficoltà è “manifesta”. Semplice, quindi. O semplificabile. E non saremo noi a semplificarla. Continuiamo a odiare le sinossi che gli uffici stampa dei film distribuiscono alle proiezioni per la critica, ma, eccezione alla regola, riconosciamo che la lettura delle 28 parole su Inland empire sono state come non mai esemplari. Eccole: La storia di un mistero…il mistero di un mondo all’interno di altri mondi…che si svela intorno a una donna…una donna innamorata e in peridolo. Sì. Tutto e niente. Madâme Bovary? Ma no! Natasha di Alphaville? Nemmeno. Elisabeth di Persona? No. La sposa di Kill Bill? Il mistero è sempre più fitto. Il Leone alla carriera, ricevuto a Venezia nel 2006, chiama alla riflessione. Certo Lynch è sempre stato un visionario. Miracolosamente nel 1984 sfoderò la kolossale (Dune costò 70 miliardi di lire) premonizione di un futuro scarseggiante d’acqua. Poi Velluto blu, travolgente flash di sadismo e violenza con una donna sull’orlo dell’abisso, già Laura Dern. E via via un infittirsi di sentieri difficili, dolorosi diremmo, che al dunque fanno del cinema di Lynch una specie di programma contro la consolazione. Niente di male, s’intende. Ma Palmarès a parte (Cuore selvaggio, Cannes 1990), la decostruzione narrativa che piomba sulle platee con Strade perdute (1996) traccia un futuro autoriflettente, sostanzialmente improduttivo, che passando per Mulholland Drive (altro premio, per la regia, a Cannes 2001), porta nientemeno che alla metafora del cinema stesso, agli interrogativi teorici in forma “artistica” che piacciono tanto agli studenti (o ai professori?) universitari, di facoltà dove la sintassi è sempre più incerta. Gli attori sul palcoscenico del teatro nel film, in questo Impero mentale, con le loro maschere d’asino, sarebbero un divertente sarcasmo se la protagonista (ancora Dern) non fosse “in pericolo”. Possiamo aiutarla? Non l’aiuta l’amore e qualcosa di terribile la punisce, ce ne accorgiamo dalle sue ricorrenti visioni. Il problema è che restiamo confusi, incapaci, alla fine, di districarci tra fumetto e opera astratta, tra trhilling e ossessione sessuale, tra sangue versato e disperate povertà. La lotta dei generi è aperta, come i tanti seminari.

Franco Pecori

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9 febbraio 2007