La complessità del senso
19 11 2017

Watchmen

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Zack Snyder, 2009
Malin Akerman, Billy Crudup, Matthew Goode, Jackie Earle Haley, Jeffrey Dean Morgan, Patrick Wilson, Carla Gugino, Matt Frewer, Stephen McHattie,  Laura Mennell, Rob LaBelle, Gary Houston, James Michael Connor, Mary Ann Burger, Dan Payne.

Sopravvalutabile. Capita che i fumetti per adulti cerchino l’alibi delle “idee” per nobilitare un divertimento che non vogliono far sembrare sempliciotto. E siccome l’interpretazione del senso risulta, in superficie, complicata, potrebbe proprio sembrare che all’intento nobile (il divertimento) corrisponda un risultato artistico, cinematografico in questo caso, altrettanto degno. Si può stare al gioco e, tacendolo agli ingenui, recepire la “complessità” del racconto come rivolta ai più colti – almeno in fumetti, ma non sarebbe disdicevole anche in filosofia, storia e storia dell’arte. Bugia gratificante. Rinunciando a darci arie da esperti di graphic novel (il film si basa su uno di tali capolavori, di Alan Moore e Dave Gibbons, 1986-’87) e dimenticando  che il regista Snyder è il medesimo di una “lezione di storia” dal titolo 300 (2007), prendiamo Watchmen per quello che è, un film sbalorditivo e complessato, che usa le tecniche digitali per dare corpo a supereroi aspiranti all’eternità e miseramente ancorati alle nozioni più elementari sui destini del pensiero. Frustrati dall’esser stati messi da parte, i componenti di una ex banda di “sentinelle” votate alla giustizia-fai-da-te tentano di riprendersi il sacro potere di aggiustare del cose dell’umanità. Storicamente, siamo sull’ordo della guerra atomica, Nixon, l’Unione Sovietica, il comunismo in Sudamerica, insomma la metà degli anni Ottanta. Culturalmente, siamo nel miraggio idealistico dei buoni e dei cattivi da mettere al loro posto, facendo spazio anche ad un amore romantico – non guasta mai. Unforgettable, come suggerisce la canzone del promettente inizio, con quella “scazzottata” che da sola ci autorizzerebbe a considerarci già quasi soddisfatti. Senonché vogliamo capire cosa c’è sotto e, se non siamo più che attrezzati, rischiamo di entrare in confusione. Quel certo Rorschach (Jackie Earle Haley), fissato com’è che qualcuno stia complottando contro i benefattori mascherati, è sull’orlo della pazzia, ha in mente di proteggere la società a modo suo. E intanto un tizio di colore (blu), il Dottor Manhattan (Bill Crudup), un po’ fluorescente, s’è messo in testa che il problema della vita non è poi così importante, tanto che se n’è andato su Marte e si sente un semidio (piega la materia alla sua volontà), salvo poi a cedere nientemeno che all’amore per una donna, ex mascherata anche lei. Non manca il cattivissimo, Adrian (Matthew Goode), solita faccia da schiaffi, il più intelligente della banda, che viaggia ad alta quota pensando di trattare gli altri da poveri scemi. Nella confusione pop, si affacciano idee politiche ardite e contrastanti, coperte da un populismo di facciata, apparentemente disvelatore di una certa umanità delle figure in azione, la “verità” delle quali non ci viene mai del tutto rivelata, quasi che il regista lavorasse tra loro “sotto copertura”.

Franco Pecori

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6 marzo 2009