La complessità del senso
20 11 2017

Complicità e sospetti

film_complicitaesospetti.jpgBreaking and entering
Anthony Minghella, 2006
Jude Law, Juliette Binoche, Robin Wright Penn, Martin Freeman, Ray Winstone, Vera Farmiga, Rafi Gavron, Poppy Rogers.

ll regista de Il paziente inglese e di Ritorno a Cold Mountain è autore ora di un film meno direttamente “imponente” e con aspetti melodrammatici molto più attenuati, a vantaggio di una complessità di senso apprezzabile anche in “seconda lettura”. Non che la sceneggiatura (firmata dallo stesso Minghella) presenti debolezze, ma diciamo che, specialmente la prima parte del film – quella che fornisce la chiave interpretativa meno “immediata” – è costruita attraverso una sapiente tessitura di parametri culturali, percepibili attraverso il linguaggio non ingenuo delle persone e delle “cose”, la cui “presentazione” obbliga lo spettatore “abitudinario” a tenenersi fuori dal piano stereotipo che solitamente lo sostiene. Di per sé, la storia di due amici architetti nella Londra moderna, impegnati, sul lavoro, a contrastare il decadimento urbano con progetti di risistemazione ambientale e, nel privato, a colmare le proprie insoddifazioni, l’uno – Will (Law) – nella convivenza con la compagna svedese  – Liv (Wright Penn) – e con la figlia di lei, autistica, l’altro – Sandy (Freeman) – bloccato dalla timidezza nel tentativo di approccio verso una donna delle pulizie, di pelle nera, impiegata in ditta, la storia – diciamo – non sarebbe che un poco più che banale clic sulla “realtà” contemporanea. Invece, entra nel quotidiano dei due amici – e specialmente di Will – una serie di elementi, la cui “diversità” obbiettiva si rivela sorprendente. Ed è proprio il fattore “sorpresa” a determinare la svolta soggettiva che cambierà la vita di Will e di Sandy. Il carattere ironico e distaccato di Will (Law calato in un ruolo a lui congeniale) dovrà sciogliersi, disarticolarsi e infine arrendersi all’impatto con la coesistenza, in una metropoli complicata e in evoluzione come Londra (siamo nel quartiere di King’s Cross), di nuove generazioni “straniere”. Un ragazzino musulmano, il più agile e “arrabbiato” della sua banda, si introduce di notte nello studio degli architetti, rubando le attrezzature tecnologiche. Will dà la caccia al ladro, ma finisce nelle braccia della madre del ragazzo, Amira (una Binoche sempre bravissima), sartina per necessità e nostalgica di Sarajevo. Il rapporto non è “semplice”, ciascuno sospetta l’altro di non essere sincero e, nello stesso tempo, “chiede” complicità per mantenere gestibile la propria situazione. Ma non basta, complicità e segreti sono funzionali, complessivamente, al contesto, alla stratificazione sociale di cui i protagonisti fanno parte, tanto più nel momento che la loro coscienza “emerge” dal panorama confuso di una realtà dai mille egoismi. Il film, nell’ultima parte, prende la discesa di una semplificazione che stona rispetto al tenore narrativo generale. E’ la ragione per la quale non possiamo parlare di capolavoro.

Franco Pecori

Print Friendly

9 febbraio 2007