La complessità del senso
18 10 2017

Due partite

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Enzo Monteleone, 2009
Margherita Buy, Paola Cortellesi, Isabella Ferrari, Marina Massironi, Carolina Crescentini, Valeria Milillo, Claudia Pandolfi, Alba Rohrwacher.

Prendono corpo, vivono. Il passaggio dal testo (la commedia di Cristina Comencini, interpretata con successo a teatro da Buy, Cortellesi, Ferrari e Massironi) al film avviene nel rispetto dei linguaggi e i personaggi non restano sulla carta. Gran parte del merito va alle attrici, tutte brave – e pensare che, di questi tempi, si fa fatica a trovare nei film italiani anche una sola buona interpretazione femminile; ma il lavoro di Monteleone (La vera vita di Antonio H., 1994, El Alamein, 2002) non è meno decisivo. L’unità di luogo è più difficile da sostenere nel cinema rispetto al teatro. Il valore convenzionale del palcoscenico è più forte, all’apparenza, del tramite ottico della macchina da presa. Come in ogni film basato sul testo, in cui cioè le battute sono non solo fondamentali ma occupano tutto l’orizzonte della storia, il problema è misurare l’incidenza delle immagini-sonore/dinamiche-montate (cinema) sulla parola di origine. Qui il regista usa il cambio d’inquadratura in maniera implacabile, quasi ossessiva: stacchi, carrelli, taglio dei piani, giravolte, quasi una giostra in cui i caratteri diventano gesti, i volti rivelano segreti, parlano di tutta un’epoca e insieme di situazioni soggettive, dettano prospettive per una riflessione non solo generazionale ma complessiva, relativa alla memoria femminile di un mondo che sembra passato e che invece rinnova e traduce il suo problema col passare dei decenni. Amiche fin da bambine, Gabriella (Buy), Beatrice (Ferrari), Claudia (Massironi) e Sofia (Cortellesi) si ritrovano ogni giovedì per giocare a carte, per chiacchierare, per stare un po’ insieme. Nella stanza accanto, le figlie giocano a ritagliare figure dalle riviste e a mimare i discorsi delle loro madri borghesi. Siamo negli anni Sessanta, prima del Sessantotto, ancora “lontano dal paradiso”. Le signore parlano dei mariti, degli amanti, delle insoddisfazioni, dei sogni infranti. Utilizzano formule stereotipe per una critica semicosciente degli stereotipi di vita, sotto ai quali si nascondono “verità” più o meno inconfessate. Beatrice è incinta, a dieci giorni dal parto, i suoi primi spasmi scandiscono la progressione di uno psicodramma che avrà la sua svolta proprio con la sirena dell’ambulanza. Magistrale il passaggio di regia che ci porta in avanti di 30 anni e, quasi senza che ce ne accorgiamo, ci fa partecipi di una “replica” emozionante, alla quale non eravamo preparati e che dà nuova profondità alle vicende del quartetto iniziale. Le bambine che giocavano nella stanza accanto sono ora loro le donne di un quartetto altro. Sara (Crescentini), Giulia (Rohrwacher), Cecilia (Milillo) e Rossana (Pandolfi) sono amiche come le loro madri. Sono diverse d’aspetto, mutate, ma non tanto da non suggerire un confronto tra sentimenti, energie, dolori e fatica di vivere. L’impressione è che, mutato il linguaggio, la sostanza sia per molti versi paragonabile e che il mondo femminile non abbia ancora trovato un’armonia esistenziale nella società. Il film, come il testo teatrale, non è privo di dialettica. Tuttavia la sofferenza che trasmette lascia pensare in vista di un futuro le cui premesse chiamano a profonde riconsiderazioni. La diversità delle figlie, se da una parte sembra segnare uno stacco antropo-sociologico innegabile all’evidenza, è anche l’indice di una continuità irrisolta, tutta da verificare. Un film attuale, fuori da banali “rispecchiamenti”.

Franco Pecori

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6 marzo 2009