La complessità del senso
21 09 2017

The Wrestler

film_thewrestlerThe Wrestler
Darren Aronofsky, 2008
Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Mark Margolis, Todd Barry, Wass Stevens, Judah Friedlander, Ernest Miller, Dylan Keith Summers, Giovanni Roselli, Gregg Bello, Ron Killings, Elizabeth Wood, Tom Faria, Andrea Langi.
Venezia 2008: Leone d’oro. Golden Globe 2009: Mickey Rourke at.

Metafora del cinema. La magia del cinema che si rinnova pescando nell’inesauribile pozzo della propria mitologia e della tecnica capace di riprodurla. Aronofsky (L’albero della vita, 2007) conferma la sua visione un po’ fantastica, un po’ mistica, di un mondo dove è vietato morire e dove la rinascita è ciclica, dove una fine non è che il primo momento di un inizio. È un cinema che non fotografa oggetti, bensì li crea a propria immagine e li “salva” nel museo vivente, autoriproducentesi nella mostra infinita delle proprie maschere, dei tipi, dei modelli, delle prospettive che dal nulla vanno verso il nulla per tornare nelle coscienze delle generazioni, senza speranza. Ossia con l’unica speranza che la vita si può vivere cercandola nella finzione, finzione di umanità, finzione di verità soggettiva, aggrappata alle stelle, lassù. Lassù qualcuno mi ama (1956 ) e via dicendo nella strada stretta e larga dei cuori generosi, degli sguardi chiari e dolci anche umidi, dei muscoli disponibili alla sfida impossibile. Aronofsky, impudico, ha scelto Rourke, preso dalla vita che lo ha preso dal cinema che lo ha dato alla boxe che lo ha restuito allo schermo nella finzione del sangue sputato per vivere una vita finta e dolorosa, gloriosa della vittoria convenuta, della sconfita pattuita. Un salto nel vuoto nella speranza che il telo laggiù non si sfondi, nella superstizione che il cinema resista. I cancelli del Cielo, Brivido caldo, Rusty il selvaggio, Nove settimane e 1/2, Angel Heart, Sin City: Cimino, Kasdan, Coppola, Lyne, Parker, Miller: 1980-2005, una storia del cinema, del cinema che resiste all’usura della finzione. In mezzo, la parentesi “vera” della crisi personale. Pugile professionista per sopravvivere alla decadenza – amori, droghe, pazzia che confonde spettacolo e privato – Rourke rientra ora nel cinema in un sussulto omogeneo di esibizione fiabesca e sfrontata. Il regista gli dà lo stile, gli appresta un tono sporco e sexy, funky, dentro cui calarsi e immedesimarsi. Facile la scelta del wrestling, impronta mitologica (grecoromana) per una violenta finzione della violenza. Il ring fa male eppure vive di falsità. Wrestler Randy (Rourke) non si rassegna, cerca fin che può di alimentare la propria messa in scena intima, anche oltre la resistenza fisica, oltre l’infarto. Lo spettacolo si dona allo spettacolo senza riserve, a costo di rimetterci gli affetti, una figlia, un’amante (Marisa Tomei degna di Oscar). Lo spettacolo non si limita ad una persona, non può. Il volo è nel vuoto, ma vedrete che il cinema laggiù reggerà.

Franco Pecori

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6 marzo 2009