La complessità del senso
21 09 2017

Scenografia e immagine

 

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Il mare di Dante Ferretti per Fellini (E la nave va)

 

 

(Sia detto da spettatore)

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Gli autori italiani della fotografia cinematografica insistono a voler parlare di cinema. Dopo l’enciclopedia del 1999, la prima riguardante il loro lavoro, questo è il sesto libro: la macchina da presa, la vita sul set, il rapporto con la regia, con la sceneggiatura ed ora con la scenografia. Il discorso, in fondo, è sempre lo stesso: la luce, il misterioso – per quanto scientifico e tecnico – fascino del dar corpo alla visione. Discorso interessantissimo, che viene prima e che viene dopo il film; discorso cinematografico, che denuncia un’ansia, la necessità di trasmettere l’esperienza, di chiarirne le ragioni anche a se stessi, autori, oltre che a tutti coloro che di cinema si nutrono, studiandolo, facendolo e frequentandolo nelle sale. E un invito pressante alla consapevolezza, un invito che rafforza l’idea del cinema come arte, proprio chiarendo la complessità, le implicazioni teoriche e culturali della pratica. Un invito da accogliere con entusiasmo.

 

Dalla scenografia all’immagine

La parola stessa, scenografia, contiene in modo inequivocabile il significato di scrittura. Scenografare, scrivere la scena. Il significato più largo di scrivere è: «rappresentare, esprimere idee, suoni e simili mediante il tracciamento su una superficie di segni convenzionali, lettere, cifre, note musicali e simili» (Zingarelli). E simili. Anche foto-grafie, anche cinematografie: foto dinamiche montate. Montate più o meno esplicitamente: anche una sola foto, purché abbia una durata. Anche un’inquadratura “fissa” manifesta un suo montaggio. Ed è un film.

In ogni film, il più “semplice”, fatto di una sola inquadratura, c’è il cinema. Ma senza il film il cinema non esiste. E il film non esiste senza uno schermo: «tracciamento», «superficie», scrittura. Manca qualcosa? Le cose da filmare! Esiste il film senza le cose da filmare?

Una volta si diceva materiale profilmico. Il cinema in natura non c’è. Per questo possiamo chiamarlo arte. Tutti gli oggetti che si voglia sono degni di entrare in un film. Ma si deve volerli, fare in modo che contengano un’intenzionalità. E allora ci vuole occhio – e orecchio, giacché il film può essere sonoro! Occhio prima del film, occhio profilmico, per non cadere nell’inverosimile cioè nell’incoerente. Niente a che vedere con il “realismo”. Quello del realismo è un problema di metodo, la “realtà” non c’entra. Inutile dire «bella la fotografia» se la fotografia è incoerente rispetto al film, se risponde a parametri esterni al film. Fare la scenografia per la luce o fare la luce per la scenografia? Essere o non essere.

Il materiale profilmico è l’inchiostro della scrittura cinematografica, della cinematografia. Un inchiostro fatto di oggetti che l’autore ha intenzione di utilizzare per il film – li considera adatti alle riprese, buoni per una certa luce, espressivi per una situazione. Anche un volto, anche un sasso, anche un mobile antico, un ambiente, un tramonto. E anche una scenografia intesa come oggetto in sé: oggetto alla pari degli altri nel “livellamento ontologico” di Antonioni, oggetto speciale nella rappresentazione fantastica di Fellini.

Si può fare un film senza scenografia? No. Se mai, senza scenografo! Può accadere che la scenografia si scriva, per così dire, da sola. O che si neghi pur essendo ben presente. Un caso estremo: il mare “finto” di Fellini in E la nave va. Quel mare firmato Dante Ferretti si nega fingendosi mare. Invece, il mare de L’avventura ha lo stesso valore del volto di Claudia. Piero Poletto-Monica Vitti: bella coppia. Li ha sposati Antonioni.

 

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Il mare di Antonioni (L’avventura)

 

 

 

 

 

 

Infine, un film

è comunque un documentario sul cinema,

sui suoi autori. E’ rileggibile

e riscrivibile in ogni sua componente,

nella catena infinita degli interpretanti.

Se ne parla anche per questo.

Sia detto da spettatore.

 

 

 


Franco Pecori, Sia detto da spettatore, prefazione al volume Dalla scenografia all’immagine, a cura di Alessandro Gatti, AIC, novembre 2004


 

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1 novembre 2004