La complessità del senso
18 10 2017

Apocalypto

film-apocalypto.jpgApocalypto Mel Gibson, 2006 Rudy Youngblood, Dalia Hernandez, Morris Birdyellowhead, Jonathan Brewer.

Sono tante le cose che non sappiamo. Lo yucateco, per esempio. Dopo l’aramaico della Passione di Cristo, Mel Gibson ha imparato anche una delle antiche lingue dei Maya, la più diffusa. E, come per il precedente lavoro, ha pensato bene di sottotitolare i dialoghi degli ultimi rappresentanti della civiltà precolombiana, colta al suo tramonto, nel XVI secolo. Operazione utile per il grande pubblico, che ha così l’idea di essere “rispettato” con un lavoro “scientifico”, “documentario”. Apre il film, per il cui titolo Gibson ha scelto il greco (il verbo significa: rivelo, svelo, faccio conoscere, smaschero), la sentenza dello storiografo Willy Durant: “Una grande civiltà non è conquistata dall’esterno finché non si è distrutta dall’interno”. Quel che segue sembra esserne la dimostrazione illustrata. La “cattiveria” dei conquistadores spagnoli non sarà assoluta? Basta lasciarsi andare e subito siamo nella foresta tropicale, insieme ai paciosi Maya: scherzano fra loro come fossero al bar, cacciano, mangiano la carne cruda del tapiro appena ucciso. Zampa di Giaguaro (Youngblood) distribuisce: il cuore per Rana Fumante, il fegato per Naso Arricciato; a Foglia di Cacao le orecchie e per Blunted, che non riesce ad avere un figlio dalla sua donna, i testicoli, vomitevoli da mandare giù. Per fortuna, al cinema non è come davanti alla tv all’ora del pranzo. E si sa, l’antropologia insegna che quelle “primitive” non sono semplici usanze. Poi la vita beata finisce. Fine delle danze attorno al fuoco. Una paura profonda subentra. Feroci guerrieri palestrati attaccano il villaggio con una violenza immaginabile soltanto con gli occhi di oggi, dopo tanti film. E Gibson la immagina. Distruzione, carneficina. Zampa di Giaguaro mette in salvo il figlioletto e la moglie incinta, ma non può evitare di vedere il padre trucidato davanti ai suoi occhi. Le pene che dovrà sopportare saranno tremende, tortura, prigionia, schiavitù, “campi di concentramento”, follia, realismo allucinatorio. I detentori del potere non credono nella fine e costruiscono piramidi e immolano vite umane. Anche Zampa di Giaguaro sta per seguire il tragico dertino, ma qualcosa accade nel cielo mentre lui “vede” la moglie e la “sente” che dice: “Torna da me”. Le lunghe sequenze finali, “giapponesi”, della “salvezza”, sono ben lontane dal realismo decantato da molti. Ma proprio per questo sono le più “verosimili”, credibili nel sistema ideale, spirituale, di Gibson. Si crea una distanza che salva il film dalla banalità. Tornare nella foresta per tentare “un nuovo inizio”? A riva, già i velieri che “trasportano uomini”. E’ un bel problema.

Franco Pecori

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5 gennaio 2007