La complessità del senso
23 09 2017

Ti amerò sempre

film_tiamerosempre.jpgIl y a longtemps que je t’aime
Philippe Claudel, 2008
Kristin Scott Thomas, Elsa Zylberstein, Serge Hazanavicius, Frédéric Pierrot, Laurent Grévill, Lise Ségur, Jean-Claude Arnaud, Mouss Zouheyri, Souad Mouchrik, Catherine Hosmalin, Claire Johnston, Olivier Cruveiller, Lily-Rose.
Berlino 2008, Premio Giuria Ecumenica. European Film Awards 2008, Kristin Scott Thomas atr.

Letterario in diversi passaggi eppure risolto in cinema con dignità estetica. Claudel, scrittore e sceneggiatore, realizza il suo primo lungometraggio affrontando un tema psicologicamente spinoso. Lo colloca in un quadro familiare e sociale ben disegnato, lasciando agli attori, specialmente alla protagonista, la libertà dei tempi e delle espressioni. Juliette (Scott Thomas) sa riassumere sul suo volto e sul suo sguardo la profonda “purezza” di un dolore irrisolto – e, dirà, irrisolvibile. Rivede il mondo dopo 15 anni di prigione. Le strutture sociali la consegnano alla sorella minore, Léa (Zylberstein), sposata a Luc (Hazanavicius) insieme al quale ha adottato due bambine per non aver voluto sentirsi una creatura in grembo – decisione estrema, nella quale s’intuisce l’orrore per il destino di Juliette, colpevole di aver ucciso il proprio bambino. Dimenticata dalla sua famiglia, Juliette deve ora cercare il giusto respiro, il nuovo rapporto con Léa e con il cognato diffidente verso di lei, la nuova sistemazione nella società, il lavoro da trovare, sentimenti che man mano rinascono, sensibilità sopite che si riaffacciano. Dopo tanta prigione, la “normalità” sembra quasi impossibile a Juliette, pur nel contesto – lei ex medico, Léa professoressa di letteratura – che dovrebbe essere favorevole al riavvio relazionale. Il peso che porta dentro di sé le richiede una grande forza interiore. Juliette ne uscirà anche grazie alla sensibilità di Léa, la quale saprà riattingere agli affetti infantili che la legarono alla sorella. Il maggior merito di Claudel è di aver evitato il sociologismo e l'”universalizzazione” del tema (non enunciabile qui esplicitamente giacché al suo disvelamento attiene il clou drammaturgico). Con disinvolta determinazione descrive situazioni e caratteri, ma guardandosi dal “tipologico” e anzi accompagnandoci con discrezione in una “visita” ambientale (siamo a Nancy), in una Francia non teorica né “internazionale”, quale potrebbe essere la Parigi cinematografica. Non a caso, una sera a cena fuori città, uno degli amici parla di Rohmer. E insiste nel domandare a Juliette dove sia stata prima di allora, per tanto tempo: «Sono stata 15 anni in prigione per omicidio», risponde lei suscitando una risata generale. È il sottile confine della verità, della differenza, del racconto e delle sue prospettive morali. Non a caso Rohmer. 

Franco Pecori

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6 febbraio 2009