La complessità del senso
17 12 2017

L’aria salata

film-aria_salata.jpgL’aria salata
Alessandro Angelini, 2006
Giorgio Pasotti, Giorgio Colangeli, Michela Cescon, Katy Louise Saunders, Sergio Solli.
Festa Roma Giorgio Colangeli at

Dramma interiore, dramma familiare, dramma sociale delle carceri. I diversi aspetti del racconto si fondono in un tutto discreto, mai “osceno”, non sociologico né psicologico soltanto. Merito della sceneggiatura, degli attori e del regista. Il film risulta un organismo che vive. Ma l’aria è “salata”, blocca il respiro di un padre ergastolano, di un figlio educatore negli istituti di pena e alla ricerca di quel padre, di una sorella che, dopo la morte della madre, è consapevole di essere rimasta l’unica presenza femminile in una famiglia lacerata. Passato in concorso alla Festa del cinema di Roma, il primo lungometraggio di Angelini, bravo documentarista, ha fruttato a Colangeli il premio per la migliore interpretazione maschile. E proprio dalla figura di Sparti, padre spigoloso, dal carattere compresso e dalla morale “difficile”, conviene partire per valutare il senso di un racconto complesso e ben articolato. Sparti ha ucciso un uomo e da 30 anni è in carcere. Deve scontare altri 20 anni di pena, ma non si piega ad una riflessione esplicita sul passato. La separazione obbligatoria dalla famiglia lo ha reso ancora più chiuso. Fabio, il figlio (Pasotti) sembra avere la vocazione dell’educatore negli istituti di pena, ma in realtà spera di incontrare, prima o poi, il genitore. Quando l’incontro avviene, si apre una fase dura per entrambi. Ciascuno ha le proprie rivendicazioni nei confronti dell’altro. Il carattere “documentario” dell’ambientazione (soprattutto il carcere, ma anche gli esterni della vita usuale) porterebbe anche a facili traduzioni dialettiche, da dibattito televisivo, la pena di chi è “dentro” e la pena, forse non minore, di chi è “fuori”, ecc.; ma ecco che interviene la presenza scomoda, inquietante di Colangeli, la cui recitazione, letteralmente incarnata nel corpo, rende impossibile ogni semplificazione e costringe la sceneggiatura a restare ancorata al film-cinema. In questo senso è bravo anche Pasotti, con il suo modo “nervoso” di risolvere le scene e le battute. La regia è come rispettosa del “vissuto” dei personaggi/attori, evitando opportunamente sottolineature drammatiche. Tanto che si arriva al finale pronti ad accettarne il sapore amaro, diremmo salato.

Franco Pecori

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5 gennaio 2007