La complessità del senso
18 10 2017

Il grande capo

vedere-il_grande_capo.jpgDirektøren for det hele
Lars von Trier, 2006
Jens Albinus, Peter Gantzler, Fridrik Thor Fridriksson, Benedikt Erlingsson, Iben Hjejle.

Un’azienda “manicomio”! Quante ve ne sono? Il rischio, per questo nuovo Lars von Trier, era, come per ogni film di genere, di impattare contro il “tipico”, ossequiare la tradizione, ridire e rifare, magari rifare se stesso, vista la personalità “forte” dell’autore. Allora il regista danese, che una ne fa e cento ne pensa, ha deciso di utilizzare la commedia, genere sterminato, tanto ovvio e risaputo quanto ricco di variabili e varianti, per contraddire il proprio cinema: uscire dal Dogma del cinema senza trucchi e trastullarsi in un ironico esercizio del sorriso situazionale. Fate conto un’azienda di informatica, con un capo, Ravn/Gantzler, assai furbo e approfittatore, però meticoloso nel nascondere la mano dopo aver tirato il sasso contro i propri nevrotici dipendenti. Adesso è in procinto di vendere a una società islandese (sì, gli islandesi, quelli che vituperano i danesi ad ogni occasione anche minima). Ma come dirlo ai suoi? Finora ha fatto credere che le decisioni più sgradite venivano da un “Grande Capo”, il quale dall’America, senza mai farsi vedere, aveva controllato tutto. Ma è arrvato il momento di dare un volto al Grande Capo, perché si tratta di mettersi attorno a un tavolo per la firma del contratto di vendita. Ed ecco la botta di genio. Ravn assolda un attore, Kristoffer/Albinus, uno non famoso, anzi un semisconosciuto che non ha mai avuto successo, e lo incarica della parte di Grande Capo. Cortocircuito! La completa ignoranza della materia e l’ambizione di imporre la propria recitazione nella parte assegnatagli trasformano il Grande Capo in una figura assurda, la rappresentazione di un imbarazzo che è appunto la “verità” di una strana crudeltà del destino, punitivo, secondo un principio di causalità, e misterioso per quanto apparentemente inevitabile. Von Trier è riuscito, con questo autentico piccolo capolavoro, a “ingannare” la commedia senza rinunciare al “divertimento”. Persino l’uso di una tecnologia “paradossale”, come l’Automavision, che affida, per una certa misura, all’arbitrio di un computer la scelta delle inquadrature, viene assorbita, digerita agevolmente dalla sceneggiatura, precisissima nel mettere a fuoco le minime caratteristiche dei personaggi.

Franco Pecori

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5 gennaio 2007