La complessità del senso
26 10 2021

Run

Run
Regia Aneesh Chaganty, 2020
Sceneggiatura Aneesh Chaganty, Sev Ohanian
Fotografia Hillary Spera
Attori Sarah Paulson, Kiera Allen, Sara Sohn, Bj Harrison, Sharon Bajer, Bradley Sawatzky.

Orrore senza horror. Un parto difficile, uno sfrenato desiderio di maternità, una madre “impazzita”, una figlia vittima nei sentimenti e nel corpo (soprattutto le gambe) e imbottita di farmaci. Quando entra in scena, Chloe (Kiera Allen, debuttante che mostra qualità da protagonista) ha 17 anni. Pensa di andare al college, ma non sarà facile. Diane (Sarah Paulson, Carol 2015, The Post 2018), molto misurata nel coltivare in sé il terribile segreto di un’orribile decisione presa e mantenuta verso la creatura, teme di subire una “perdita” troppo pesante. Meglio l’imperfezione fisica di Chloe, piuttosto che il vuoto di un’assenza che sarebbe “irrimediabile”. Le virgolette indicano una deformazione del senso, l’amore di Diane per Chloe somiglia molto a una possessività patologica. Diane arriva a forzare le già limitate libertà di movimento di cui soffre Chloe, finché la tensione schianta in un contrasto drammatico. La ragazza scopre un certificato che parla di un neonato morto dopo 2 ore e 11 minuti.  La situazione non è chiara in quanto è comunque difficile, anche da un punto di vista scientifico (psicologico), mettere le carte in tavola e fornire allo spettatore la “spiegazione” che attenuerebbe di molto l’attesa verso il finale. L’orrore che si sviluppa di sequenza in sequenza non è “horror”: è fuori dal film, è tematico (la valenza costrittiva dell’amore materno) più che cinematografico. Momenti specificamente “duri”, di genere, non ve ne sono, lo spettatore s’immedesima piuttosto nel difficile compito di dare una direzione motivazionale alla vicenda, restando nei limiti del quadro morale costituito. La soluzione finale distende i nervi, a patto che sia non troppo difficile individuare un equilibrio tra il dolore di Diane e quello di Chloe. Il film appare leggero sul piano dell’ “azione”, stimolante sul filo del tema della “sofferenza” indotta, trasgressiva e non-colpevole. Aneesh Chaganty, trentenne americano di origini indiane, al secondo lungometraggio dopo Searching (Sundance 2018), mostra sensibilità verso quella che si potrebbe definire una valenza thriller nel tema etico. Girato con calma, quasi dolcezza, Run sembra non curarsi troppo di conquistare il pubblico attraverso la chiave emotiva, preferendo restare in una com-passione espressiva che offra spazio alla riflessione morale.

Franco Pecori

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10 giugno 2021