La complessità del senso
19 11 2017

Italians

film_italians.jpgItalians
Giovanni Veronesi, 2008
Carlo Verdone, Sergio Castellitto, Riccardo Scamarcio, Dario Bandiera, Ksenia Rappoport, Valeria Solarino, Remo Girone, Ottaviano Blitch, Makram Khoury, Elena Presti.

Due episodi, quattro italiani in trasferta. Quattro tipi, senza che però il regista abbia l’aria di generalizzare troppo, come invece ha fatto Verdone nelle molte occasioni di presentazione mediatica. L’attore ha insistito su una specie di slogan che più o meno suonava così: “teniamocela stretta la nostra tradizione, la rappresentazione dei nostri difetti”. Alludeva – coinvolgendo nientemeno che i nomi di Eduardo, Scarpetta, Govi, Belli –  a certe caratteristiche non proprio positive degli italiani in trasferta, quando (molto spesso) non mostrano il meglio di sé. Su questo versante il film è deludente. I quattro tipi sono bravi e si fanno, in fondo, apprezzare per come portano a termine le loro storie. Il “come” si riferisce alla morale della favola, che tende ad estrarre il positivo dal “male” contingente. Morale piccola ma efficace. Fortunato (Castellitto), traffica con le Ferrari rubate, re-immatricolare sotto banco e traferite in Arabia Saudita. Ma non è un cattivo, ha l’incubo del mutuo da pagare, vuole bene alla figlia con la quale si mantiene in contatto telefonico anche dalle sabbie del deserto. È stanco, Fortunato, e in un ultimo viaggio col suo autotreno carico di automobili rosse porta con sé il giovane Marcello (Scamarcio), il quale dovrà d’ora in poi sostituirlo nello “sporco” lavoro. In Arabia, i due avranno modo di dimostrare la loro generosità (“italiana”) e gli sceneggiatori (Ugo Chiti e Andrea Agnello oltre a Veronesi) hanno pensato bene di chiamare la Polizia a chiudere un occhio. Pace. Il secondo episodio vede Verdone nei panni del dentista Prof. Giulio Cesare Carminati, accasciato nella depressione a causa del subìto abbandono della moglie. Cinquantenne, Carminati ha l’aspetto di una persona  spogliata di ogni attrattiva sessuale e non nasconde certo la ritrosia, per non dire la ripugnanza, verso certe pratiche che, secondo i consigli di un amico e collega, avrebbero anche in lui la giusta efficacia “terapeutica”. In sintesi, partenza per San Pietroburgo, in coincidenza con un convegno scientifico, con la prospettiva (no, ma sì) di un’occasione di “cura”. La volgarità di Vito Calzone (Bandiera), pessimo mediatore italiano in loco, renderà a Carminati ancora più imbarazzante l’avventura. Riconosceremo senza sforzo la mafia russa di ultima generazione. Per fortuna, la sorte fornisce al dentista l’occasione del riscatto morale. Non stiamo a dire come, Giulio Cesare si ritrova in una specie di orfanatrofio con tanti trovatelli a cui voler bene. Ben altra mediazione, buona ed onesta, viene da Vera (Rappoport), interprete assegnata al “luminare” per il convegno e inizialmente scambiata per una prostituta. Orfanelli contro mafia e droga vincono. Veronesi sa il suo mestiere. Castellitto è consapevole della ragione per cui è stato scelto e non è un traditore. Scamarcio nemmeno. Verdone ha ormai il predicozzo facile e non gliela fa più a nasconderlo, con la sua maschera forse irrimediabilmente irrigidita. Non si ride, non si soffre, torna alla mente il Sordi “tipologico” dell’ultima maniera. Solo che lì c’era la possibilità di riandare indietro alle grandissime interpretazioni.

Franco Pecori

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23 gennaio 2009