La complessità del senso
23 09 2017

La guerra dei fiori rossi

film-guerra_fiori_rossi.jpgKanshangqu hemmei
Zhang Yuan, 2006
Dong Bowen, Ning Yuanyuan, Chen Manyuan, Zhao Rui, Li Xiaofeng.

Applaudito a Berlino, al Sundance, a Vladivostok e in molti altri festival, arriva da noi questa sorta di birichinata cinese, di Zhang Yuan, lo stesso autore di “Diciassette anni”, Leone d’Argento a Venezia nel 1999. Il film è tratto dal romanzo “Could be Beautiful”, del dissidente Wang Shuo; e, come il libro, ha l’aria di essere molto scomodo in Cina. La produzione è italiana (Marco Muller, Istituto Luce, Rai Cinema) e cinese (Good Tidings). Attraverso il racconto di un anno (siamo nei ’50, a ridosso della Rivoluzione) vissuto dai bambini in un asilo di Pechino, Zhang mette in rilievo la differenza tra Qiang (Dong Bowen), ribelle e pieno di fantasia, e gli altri piccoli ospiti dell’istituto. L’educazione è di tipo militare e alcune regole sfiorano la tortura psicologica, come l’obbligo di adempiere alle funzioni corporee tutti insieme e nello stesso tempo. Ogni minimo dettaglio della giornata è agganciato al sistema dei premi e delle punizioni, con l’assegnazione o la sottrazione di piccoli fiorellini di carta rossi. Qiang, 4 anni, non sta volentieri al gioco e trova tutte le occasioni per dire “no”, arrivando ad influenzare gli altri, fino a diffondere l’idea che una delle maestre sia un “mostro”. Gioco scoperto e forse di facile presa presso il pubblico delle democrazie occidentali? Ma il film non si ferma alla metafora della ribellione. Zhang dimostra soprattutto una rara sensibilità verso il mondo infantile, e, più in generale, verso le persone viste come esseri singoli, con le loro specifiche caratteristiche ed esigenze. Una grande capacità di osservazione rende il suo lavoro prezioso, oltre che poetico.

Franco pecori

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12 gennaio 2007