La complessità del senso
17 11 2017

W.

film_w.jpgW.
Oliver Stone, 2008
Josh Brolin, Elizabeth Banks, James Cromwell, Ellen Burstyn, Jeffrey Wright, Richard  Dreyfuss, Thandie Newton, Thandie Newton, Scott Glenn, Ioan Gruffudd, Rob Corddry, Noah Wyle, Jesse Bradford, Jason Ritter, David Born, Dennis Boutsikaris, Sayed Badreya, Allan Kolman, Charles Fathy, Michael Gaston.
Torino 2008, Film d’apertura.

Le biografie dei personaggi rappresentativi della storia sono sempre un problema. Non si parla abbastanza di Storia, non si racconta tutto della vita privata del personaggio, si rischia di non dare l’idea giusta di una vicenda importante. Vale per Giulio Cesare (non a caso Shakespeare ne fece una tragedia!) e vale per l’attualissimo George W. Bush. Gli avvenimenti riferibili al periodo della presidenza di Bush Junior sono molto più grandi del personaggio privato. Biografia difficile. È anche vero che per forza di cose il privato di un presidente degli Stati Uniti d’America non può avere peso equivalente a ciò che accade alla Nazione e al mondo. Stone si è preso il rischio. Dopo Nixon e Kennedy, ha voluto raccontare W. proprio mentre il presidente della guerra in Iraq stava per lasciare il posto a Barack Obama. Il lavoro è riuscito bene. Difficile non leggere il film in chiave politica. Non perché l’ottica di Stone (sceneggiatura di Stanley Weiser) sia intenzionata esplicitamente in tal senso, ma perché, configurato il personaggio in termini umani minimali (dire inadeguato al compito è parlare d’altro), resta da risolvere il problema di come W. sia potuto arrivare alle micidiali responsabilità di fronte alla svolta decisiva, storica, nelle vicende del terzo millennio. Tuttavia, è appunto l’apparente banalizzazione biografica la chiave che permette di utilizzare il paradosso e scoprire l’acqua calda necessaria a comprendere un certo andamento delle cose. La bravura di Brolin ci aiuta a cogliere i momenti in cui la Storia decide di usare W., di farlo “falso” (così lo vede il padre) e di fargli credere di essere stato “chiamato” da Dio. Un ragazzo che pensa al baseball, un frustrato che impugna la spada e trascina il mondo in un inganno tragico. Come mai? Semplice: W. trova nella follia la lucidità del linguaggio mediatico: «La gente ha fame di fede», «L’uomo medio non pensa al petrolio, devi parlargli di democrazia». Si alternano scene giovanili e momenti di grandi decisioni, con il feroce gioco che chiunque sia stato anche solo per un mese in una qualunque azienda ha visto giocare fra i “consiglieri” di vario livello attorno al capo. Ma il dato eccezionale viene dalla quasi-naturale pazzesca evoluzione del giovane W. L’inganno si compie, acqua (calda) in bocca. La “guerra più pulita della storia” (le 100 ore del 1991) si trasforma nel groviglio forse più sporco. In Iran c’è il 40% del petrolio mondiale e il ragazzo, lo vediamo nell’ultima inquadratura che chiude il film come in una lunga parentesi, non può godersi la partita nello stadio tutto suo. Solo una biografia? Potrebbe sembrare quasi una fiaba, se W. fosse la prima lettera di un nome qualunque.

Franco Pecori

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9 gennaio 2009