La complessità del senso
18 10 2017

Lasciami entrare

film_lasciamientrare.jpgLåt den rätte komma in
Tomas Alfredson, 2008
Kare Hedebrant, Leandersson, Per Ragnar, Henrik Dahl, Karin Bergquist, Peter Carlberg, Ika Nord, Mikael Rahm, Karl-Robert Lindgren, Anders Peedu, Paul Olofsson, Cayetano Ruiz, Patrik Rydmark, Johan Sömnes, Mikael Erhardsson, Rasmus Luthander.
Torino 2008, fc.

In una Svezia anni Ottanta, povera, periferica, le sofferenze di un bambino bisognoso di affetto e di protezione. Il padre vive praticamente separato dalla moglie (quando appare fa felice il figlio facendolo scorrazzare con la moto sulla neve), la madre ha difficoltà a gestire l’educazione del bambino. Oskar (Hedebrant), dodicenne, si sente per lo più solo e impotente. Divora le notizie di nera, le ritaglia e le conserva, mentre subisce il bullismo dei compagni di scuola. Di nascosto accarezza l’idea di difendersi col coltello, ma gli manca il coraggio. Quando avviene uno strano delitto non lontano da casa sua, il piccolo sente che attorno a sé si sviluppa una certa tensione. E anche lo spettatore se ne accorge. Del resto, fin dall’inizio ha osservato che proprio accanto alle finestre dell’appartamento di Oskar ce n’è una stranamente oscurata da un cartone. Solitario, il bambino esce anche di sera. Nell’atmosfera glaciale gli compare accanto una misteriosa bambina coetanea, Eli (Leandersson), con la quale fa amicizia. Il mistero dura non più di tanto. Il regista ci rivela presto la condizione della dodicenne, con una serie di particolari visivi e sonori. Oskar verrà a sapere più tardi che la sua amichetta è una vampira (dodicenne da molto tempo). Il padre, poveretto, si sacrifica a procurarle il sangue necessario alla sua sete. Poi man mano, altre persone vengono coinvolte nella vicenda, la cui efferatezza (qui la chiave stilistica del film) progredisce in modo quasi ovattato, senza sussulti di speciale violenza, mentre il bisogno di protezione si va fondendo in Oskar con il sentimento di un’attrazione che gli fa chiedere a Eli se vuole diventare la sua ragazza. Tutto sembra restare nei limiti di un rapporto tra bambini mentre i fatti sono sempre più orribili. Il contrasto tra la dolce amicizia/solidarietà tra Oskar ed Eli e il sangue che fa da contorno “situazionale” è l’altra chiave di lettura, che apre la medesima porta. Alla domanda inevitabile e classica su “che cosa ha voluto dire il regista”, cioè sul senso del film, si resta imbarazzati. Vero è che i due piccoli protagonisti suscitano compassione e che vorremmo in qualche modo aiutarli ad uscire dalla loro angoscia. La vampira è conscia del suo “male” e confessa ad Oskar: «Io lo faccio perché devo, mettiti al mio posto per un po’». Ma è qui il punto, il normale e il mostruoso si toccano. Non è certo una novità assoluta, è anzi la molla che spinge moltissime opere della storia delle arti, cinema compreso. Ma il coinvolgimento dei giovanissimi nel mondo “parallelo” dei vampiri finisce per caricare il racconto  di una valenza di “necessità” piuttosto ambigua. Ora, un conto è l’ambiguità del linguaggio artistico, polisenso per sua costituzione, un conto è il senso di una condizione di inevitabilità quasi-metafisica della “fuga” dalla realtà. Qui non c’è più l’horror del genere e forse non è un caso. E comunque siamo in una zona non più “protetta” (da chiaro codice), com’era invece per Nosferatu e per gli altri Dracula. Con Twilight e con questo Lasciami entrare che gli fa da contrappunto, il vampiro è aria che si respira.

Franco Pecori

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9 gennaio 2009