La complessità del senso
18 11 2017

Infamous – Una pessima reputazione

vedere-infamous.jpgInfamous
Douglas McGrath, 2006
Toby Jones, Sandra Bullock, Daniel Craig, Peter Bogdanovich, Jeff Daniels, Gwyneth Paltrow, Isabella Rossellini, Sigourney Weayer.

Snob che sfiora la perfezione. Assolutamente fantastico l’inizio, con Peggy Lee (Paltrow) che canta “What is this thing called love” di Cole Porter. E’ il 1959. Nel nightclub El Marocco, a New York, Truman è incuriosito/estasiato/commosso – mai meno di tre sentimenti in una sola espressione, sembra dire la sua maschera. Bravissimo Toby Jones: andare oltre la caratterizzazione non era poi così scontato -. Il film nasce pressoché contemporaneamente all’altro sulla vita di Capote, di Bennet Miller (Oscar a Philip Seymour Hoffman), ma i due lavori si ignorano finemente. Qui l’impegno è decisamente sbilanciato sul versante “ambient”, ben al di là di una “ricostruzione” d’epoca. Del resto, sarebbe stato impossibile a fronte di battute come questa, di Truman, che sta per decidere di partire per il Kansas, all’inseguimento di una sua idea sul feroce assassinio dei Clutter, madre padre e due figli, di cui si leggono trafiletti: “C’è una storia che ho incastrata tra i denti, come un pezzetto di candito”, dice. Con lo scrittore andrà la sua amica Nelle Harper Lee (Bullock), premio Pulitzer nel 1960 per “Il buio oltre la siepe”. Dal viaggio verrà fuori il capolavoro di Capote, “A sangue freddo”. Lo spirito del film , come dello stesso libro da cui è tratto, è di inseguire l’idea di un reportage di tipo nuovo, frutto di uno strano contatto tra la sensibilità dello scrittore e il sentimento collettivo di una piccola cittadina di provincia, qual era Holcomb. Quando poi Truman, omosessuale manifesto, conosce i due assassini, specialmente con uno di loro, Perry Smith (Craig), nasce un feeling speciale, la lama del racconto entra nella carne. Perfetta coerenza fin qui, la necessaria distanza della regia è garantita dalla struttura-cornice entro cui si inscrive il film (il personaggio Truman ricordato nelle dichiarazioni-confessione di chi lo ha conosciuto bene). Peccato che McGrath non abbia resistito alla tentazione di oltrepassare la soglia semionirica del “reale”, entrando nella rappresentazione vagamente orrorifica della strage compiuta dai due massacratori. Purtroppo, in questo modo, la magia degli incontri di Truman con Perry nella cella del carcere rischia di svanire, cedendo al semplice patetismo dell’impiccagione finale. Tutto quel che resta, comunque, è più che degno del genere che propone, il giallo snob.

Franco Pecori

Print Friendly

12 gennaio 2007